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Letti per Voi: Recensioni

di Aleksandar HEMON

IL PROGETTO LAZARUS

Einaudi, 2010

Aleksandar HEMON è un giovane scrittore che vive la strana condizione di bosniaco, che ha interiorizzato con reminiscenze ebraiche, che si è trapiantato quasi forzatamente negli Stati Uniti per lo scoppio della secessione jugoslava, e che scrive in inglese con ottimi risultati.

Il suo romanzo si svolge lungo tre direttrici, quella della ricerca su un oscuro assassinio di un giovane immigrato ebreo dell’Europa Centrale, Lazarus Averbuch, avvenuto a Chicago nel 1908 da parte della polizia, quella della vita americana di Vladimir Brik, giovane serbo emigrato da Sarajevo negli Usa prima che avvenisse la feroce spartizione della Jugoslavia, e quella del suo ritorno nell’inferno balcanico alla ricerca delle sue radici e di quelle di Lazarus al fine di scriverne la terribile storia.

Le peripezie di Brik riassumono le vicende dell’emigrazione di quell’insieme di popoli e di religioni che fu la ex Jugoslavia negli ultimi decenni del XX secolo, che si riallaccia per alcuni versi a quella ben più terribile degli ebrei nei primi anni del XIX secolo nell’Europa Centrale e negli U.S.A. di cui Lazarus fu una vittima sacrificale. Vicende fatte di violenza, di prepotenza, di razzismo e di xenofobia, dove all’inizio del secolo i diritti dei nuovi arrivati semplicemente non esistevano ed ora, cento anni dopo, sono timidamente affermati, sempre però in una cornice di subalternità e sopportazione, come hanno già descritto alcuni scrittori coevi statunitensi (Lewis, Dreiser) ed alcuni scrittori contemporanei (Gianini Belotti, Mazzucco).

Anche il bosniaco Brik ha cercato di rifarsi qui in America una nuova vita, trovando una compagna di buon ceto, con la quale mette su famiglia, nonostante la difficoltà a stabilire un rapporto di sintonia, mentre emerge con il passare del tempo e con la difficoltà a trovare un lavoro soddisfacente una insofferenza verso quella terra promessa che non si rivela alla altezza delle sue aspettative.

Nella ricerca di un lavoro di scrittore gli viene tra le mani l’assassinio oscuro di Lazarus Averbuch da parte della polizia, disperato per le condizioni di vita in cui gli tocca vivere che viene ammazzato nella abitazione del capo della polizia di Chicago, dove il giovane si era recato per consegnargli un biglietto o una bomba? O un avvertimento? Nulla si sa di preciso. Era un attentato o un mero incidente? Subito la stampa e l’opinione pubblica si schiera con la polizia, sia per disinformazione e sia per la campagna antianarchica che viene scatenata e per la caccia alle streghe che non risparmia nessuno. Lazarus era un anarchico o solo un giovane in cerca di migliorare le sue condizioni di vita? Voleva ammazzare il capo della polizia o voleva avvertirlo di qualcosa? Tutto è messo in secondo piano in funzione del ristabilimento dell’ordine: nessuna ricerca, nessuna indagine viene avviata, solo una caccia al presunto attentatore ed ai presunti suoi compici per ristabilire l’ordine perduto. La pressione della propaganda è tale che persino gli ebrei integrati, quelli per bene, quelli dei piani alti, convincono, dopo molti tentativi e con un compromesso, la sorella di Brik a collaborare per il bene di tutti, anche degli ebrei, a combattere gli anarchici: lei, la vittima, viene convinta a collaborare per tranquillizzare l’opinione pubblica per uscire dal terribile isolamento in cui è stata cacciata dalle circostanze. E’ giusto che, per evitare possibili linciaggi o pogrom la giustizia debba essere messa da parte? Brutti tempi per gli anarchici, ma soprattutto per

tutti i poveri, per coloro che sono vessati in quanto stranieri, in quanto ebrei, in quanto portatori di un pensiero diverso da quello tradizionale: e questi brutti tempi non sono ancora finiti!

Per cercare di capire chi era Lazarus, Brik ritorna in Europa, sulla sue tracce, rientra nel proprio ambiente, dove risente l’aria di casa, l’aria della vita randagia e piena di storie con il suo amico d’infanzia Rora, un imbroglione dominatore del proprio ambiente, che però sa cavarsela in tutte le occasioni, un personaggio a metà fra il picaro, il mariuolo, il ladro ed il benefattore. Si apre così uno squarcio di vita balcanica, dove persistono tracce del nomadismo culturale, del labile senso etico e sociale, della provvisorietà della vita che logora la morale e l’esistenza. Tuttavia il ritrovare l’amico, il viaggiare con lui, il ricordare la vita passata sviluppa nell’animo di Brik un senso di profonda rottura con la vita americana ed un sentimento di identità con la sua terra che gli dà la forza di rompere con il passato recente e di ristabilirsi in quelle terre avite, dove ritrova forme di criminalità primitive nella quale riconosce il passato spavaldo e doloroso della sua terra.

La scrittura è vivace e scorrevole, dove i toni sarcastici si alternano a quelli picareschi ed i dialoghi sono sempre coloriti e spesso ironici; dove si intrecciano discorsi diretti ed indiretti, pensieri che rispondono alle domande, silenzi e sogni che riflettono angosce e speranze. La tecnica usata è quella di intrecciare i tre momenti in fasi che si mischiano tra loro, unendo così il passato remoto, quello prossimo ed il presente in un grumo di sentimenti spesso in conflitto, ma che riposano tutti sull’ansia di sapere e sul desiderio di trovare un equilibrio di vita soddisfacente.

Giugno 2010 Luigi CORDIOLI

luigi.cordioli@alice.it

 

 

di Vito MANCUSO

LA VITA AUTENTICA

RaffaelloCortina Editore, 2009

L’autore è un teologo che insegna all’università S.Raffaele di Milano e si sta distinguendo in questi anni per la ricerca di una etica meno clericale nel vivere l’esperienza religiosa. Questa sua opera vuole essere un tentativo di approccio razionale e non dogmatico ai problemi della vita umana, cercando di definire le caratteristiche fondamentali che dovrebbero contribuire alla costruzione di una vita autentica.

L’approccio al tema è di tipo razionale, fondato sui fatti incontrovertibili, per cui l’autore giustamente comincia con l’individuare le aporie o le diverse letture della realtà, gli aspetti dialettici della realtà, così come sono definiti dalla natura o descritti nei testi sacri: cioè comincia con il dire che non vi sono verità "a prescindere", ma verità relative, valide secondo il metodo di approccio e non per il valore in sé. L’unica verità sono le cose nella loro realtà, che non si possono discutere, si possono solo interpretare: da qui le aporie.

I temi sono svolti in modo accattivante, persino affascinante in certi passaggi, per cui sembra che alla fine la razionalità debba prevalere. Invece alla fine scopriamo che tutti i ragionamenti affondano le loro radici nell’irrazionalità, nella scelta a priori, in quel lato oscuro dell’uomo che la ragione tenta di rischiarare entrando però in conflitto con il sentimento e la passione. Prendiamo per il esempio il discorso che l’autore fa attorno alla verità quando cita il caso del bambino interrogato dal maestro sul problema se il padre si ubriachi oppure no: qui egli si scontra con due aspetti contrastanti della verità e cioè quello della conoscenza dei fatti e quello del recupero psicologico del bambino che mente sul comportamento del padre. Ed il dilemma rimane insoluto: l’autore lancia lo spunto, ma poi resta a mezz’aria. Prendiamo il caso della contrapposizione fra determinismo ed il principio di libertà: anche qui la minuziosità del ragionamento non approda ad una sua conclusione, con il risultato di avere sviluppato un bel tema senza però arrivare ad alcuna conclusione. Prendiamo il caso della speranza, che l’autore la ritiene un elemento fondante della vita autentica: ebbene, questa speranza, afferma, non si "deve" realizzare perché allora diventa dottrina, ortodossia e quindi negazione della vita stessa, per cui l’uomo deve continuamente vivere un una specie di tensione per essere uomo vero. Naturalmente rispondere positivamente a queste problematiche non è certamente facile e forse non è neppure possibile se consideriamo la relatività di ogni ragionamento o di ogni conclusione teorica. Il rischio di queste considerazioni è quello di rinchiudersi in una valutazione della vita fondamentalmente metafisica, lontana le mille miglia dal concetto che ci ha consegnato l’età classica, dove l’uomo ha bisogno di un contatto costante con la realtà per realizzare la "vita beata", dove le passioni devono essere bandite per vivere in armonia con la natura e con la società, dove la vita autentica non deve essere un pacco da consegnare ad una qualsiasi divinità per ottenere chissà che cosa dopo la morte, ma un valore in sé, un imperativo categorico. Sembra di poter affermare, alla luce di questi ragionamenti, che lo sbriciolamento dei concetti classici, dove l’uomo e la natura erano un unicum e la vita un fenomeno relativo, abbia prodotto una tensione escatologica nuova, "altra", che, lungi dal portare alla "tranquillità dell’animo", abbia prodotto una frenesia, una ricerca di assoluto che alla fine è poi approdata, nel secolo scorso, ad un relativismo scientifico ed indiscutibile.

Naturalmente queste osservazioni ed altre non devono scalfire lo sforzo fatto dall’autore per chiarire degli aspetti che sino ad ora non hanno trovato soluzioni decisive e che devono godere del medesimo rispetto di altre. Lo sviluppo degli argomenti non è privo di una sua bellezza e di un suo fascino che alcune volte sembrano avvicinare la soluzione, sia per la varietà degli argomenti messi

in campo e sia per gli autori chiamati in causa, anche se l’uso eccessivo, a mio parere, di citazioni evangeliche ha tolto quel carattere potenziale di laicità e di universalità alle argomentazioni. Cioè questo scritto potrebbe avere un valore maggiore se fosse spogliato di molti riferimenti evangelici, i quali, come è noto, sono testi che dicono tutto ed il contrario di tutto e che laddove sembrano dire cose interessanti, sono in realtà solo ripetizioni di quanto già detto prima da fonti molto più autorevoli e con maggiore chiarezza. Allora i ragionamenti sviluppati dall’autore potrebbero avere una validità maggiore in quanto puro sforzo intellettuale che contiene una sua validità interiore autonoma e non supportata da riferimenti poco significativi.

Così come non mancano alcune analisi reticenti sullo stoicismo o poco chiare sulla guerra giusta o sulle neuroscienze o su alcune figure storiche, come ad esempio quella di Ponzio Pilato, mentre al contrario è bene definita quella di Heidegger.

In conclusione per l’autore la vita autentica è quella basata sulla verità, sulla coerenza, sul bene e sulla giustizia, sul vivere per qualche cosa che è più grande di te. E fin qui il ragionamento è pienamente condivisibile ed in grado di unire gli uomini nella misura in cui questo "qualcosa di grande" è un obiettivo reale e concreto. Ma se esso è un miraggio o una speranza di carattere ultraterreno, allora è difficile coniugare l’irrazionale (la fede) con un metodo di vita che tenta di utilizzare fondamentalmente la ragione.

In ogni caso questo testo rappresenta un tentativo interessante di esplorare le varie verità al di fuori di ogni pregiudizio e merita una ampia considerazione.

Giugno 2010 Luigi CORDIOLI

luigi.cordioli@alice.it

 

 

di Tiziano SCARPA

 

STABAT MATER

  

Einaudi, 2009

Recensione a cura di Luigi Cordioli

Dal settecento veneziano viene fuori questa storia verosimile di un’anima in pena che si trova collocata in un ambiente inaccessibile al mondo esterno, nel quale le passioni ed i desideri dormono sotto la coltre di una routine meticolosa e rigida, per esplodere dopo una lunga incubazione in una ribellione spontanea e violenta o per assopirsi per sempre all’interno di una quotidianità accettata e subita, di cui si diventa, sovente, i custodi gelosi dell’ortodossia comportamentale.
Nell’ipocrita società veneziana del tempo della Serenissima, dove i ruoli sociali erano ben distinti e lineari, mentre la libertà dei costumi era libera di svolazzare nel cielo dell’anonimato, vestita di merletti e rappresentata dai modi galanti di atteggiarsi, vi erano dei luoghi dove i bambini indesiderati, frutto di errori, di licenziosità delle quali si voleva eliminare il frutto indesiderato, venivano abbandonati e raccolti da istituti sovente legati alla carità cristiana. Qui venivano cresciuti, educati e preparati, secondo i codici di istruzione del tempo, alla vita laica oppure a quella monacale. Erano luoghi dove la severità imposta dalle regole conventuali era temperata dall’attività che veniva loro affidata, per cui all’ospite venivano insegnati i rudimenti del vivere e dell’esercitare una professione, memori dell’ora et labora della tradizione medievale, che per le ragazze poteva essere l’apprendimento della musica e del suonare uno strumento, che in quel periodo non poteva che essere uno ad archi ed in modo particolare un violino.
La vicenda narrata è quella di Cecilia, una trovatella che sviluppa un monologo con la madre sconosciuta, tra rancori e rimorsi, tra richieste e rinunce, e con uno spiritello che interloquisce con i suoi desideri e rappresenta la sua coscienza, né buona, né cattiva: di fatto è solo un suo alter ego più grande, che sostituisce il padre sconosciuto e che la consiglia nei casi difficili della sua vita. Questi monologhi si completano con le riflessioni relative al vecchio maestro che le ha insegnato musica e che la fa suonare sovente nel complesso che esegue le di lui composizioni durante la messa domenicale, quando si esibiscono, senza essere viste dal pubblico, dalla balconata all’interno della chiesa. In questa sua attività musicale scopre che i loro concerti erano fatti per ottenere delle provvidenze, delle donazioni all’istituto dove viveva e che molti aspetti della vita, anche i più nobili, ruotavano sovente attorno al denaro.
Così, fra il desiderio di conoscere la propria madre, di conoscere a fondo le sue parti musicali, di riflettere su quel poco che viene a conoscere del mondo esterno, Cecilia trascorre la sua vita, accumulando inquietudini su inquietudini, fino a quando il maestro di musica verrà cambiato e gli subentrerà un giovane brillante, Antonio Vivaldi, che romperà l’equilibrio instabile della fanciulla e la porterà, con i suoi turbamenti, ad affrontare in modo diverso la vita che le si apre davanti.
Siamo di fronte ad uno scritto che non ha un suo scorrere piano, legato a degli avvenimenti, ma ad una serie di sussulti e di scoperte di una giovane esistenza, sola al mondo, che vive dentro se stessa la criticità della sua situazione e scopre problemi e comportamenti nuovi che lei assimila con umiltà e determinazione, anche se non mancano momenti di arrabbiatura nei confronti di coloro che l’hanno abbandonata. I suoi punti di riferimento sono la madre sconosciuta, il folletto che la intriga, il maestro di musica che la turba con la sua musica vivace e dirompente, la musica che le consente di esprimere i suoi sentimenti. All’inizio riusciva a controllare i turbamenti derivanti da occhiate/spiate che sorprendevano persone vicine a lei in situazioni terribili che impressionavano fortemente Cecilia e che le ponevano pesanti interrogativi sulle questioni della vita e della morte. Poi i turbamenti hanno continuato ad aumentare sino alla sua definitiva liberazione.
Dal punto di vista stilistico lo scritto si presenta con una serie di passaggi da una situazione ad un’altra, quasi a dei salti, dove il ritmo talvolta si disperde, anche se a tratti il pathos, di fronte alla semplicità ed allo smarrimento di Cecilia, riesce a coinvolgere il lettore. Il tono narrativo è delicato e dimesso, fondato sulla ricerca del passato e sulla scoperta del futuro ed esprime compiutamente l’atteggiamento di una giovane musicista, abbandonata e sola, di fronte al mondo che le si apre davanti. Il quadro narrativo, tuttavia, non sempre riesce a riempire la scena con tutti i suoi colori ed a definire in modo più chiaro la realtà di una società in fermento.

Luigi CORDIOLI
luigi.cordioli@alice.it

 

 

 

 

 

 

 

 

di Riccardo RUGGERI
UNA STORIA OPERAIA

Francesco Brioschi editore, 2009

“Una storia operaia” italiana e mutante: Torino, la Fiat e Riccardo Ruggeri, l’imprenditore ex tuta blu

“La portineria, le stanze del potere, l’espulsione, l’imprenditore che cavalca la Grande Crisi: traiettoria di un uomo di successo” è il lungo sottotitolo che prova a sintetizzare la mirabolante storia professionale di Riccardo Ruggeri, ex operaio e top manager Fiat, autore dell’autobiografico “Una storia operaia” per Brioschi Editore.
Ruggeri, ora imprenditore, non ha dubbi nell’indicare i responsabili della crisi – “che dovrebbero stare in galera” – in quei manager usciti negli ultimi trent’anni dalle grandi business school occidentali “sì colti ed eleganti, ma avidi di denaro e di visibilità e ciechi, perché carenti di cultura d’impresa. Avevamo bisogno di ragionieri, ci hanno dato super laureati-masterizzati che via via che salivano nella scala gerarchica delle aziende rendevano sempre più complessi e lenti i processi decisionali, si inventavano strategie e acquisizioni improbabili, operavano e comunicavano in modo opaco.”
Sta scritto nelle ultime pagine del libro, e Riccardo Ruggeri lo ripete nel corso della presentazione al Caffè Letterario di Bergamo, rivolgendosi ad una platea composta da piccoli imprenditori, frequentatori della libreria e ragazzi che, alla fine dell’incontro, si sono fatti autografare il libro. Incredibile? No, dopo aver incrociato lo sguardo scintillante di Ruggeri e letto la storia dell’amministratore delegato divenuto famoso per aver salvato la New Holland, dell’uomo che ha fatto dell’osservazione delle persone il suo punto di forza manageriale perché, racconta: “da bambino vivevo in portineria, ero timido, balbuziente e povero. L’unica cosa che mi era permessa era quella di osservare il perfetto spaccato sociale del palazzo, dove c’erano tutte le classi sociali, e noi eravamo l’ultima.”
Persone sono i capitoli del libro, che hanno per titolo un nome e un cognome, a partire da quello del nonno materno detto Stalin, passando per Otto Hahan, l’SS che salvò la vita a Ruggeri bambino, fino ai più altisonanti: Gianni e Umberto Agnelli, Cesare Romiti – con cui Ruggeri lavorò per anni a stretto contatto “senza mai andare in barca con lui” – Enzo Ferrari, il principe Carlo e Saddam Hussein, incontrati per lavoro. Non personaggi ma persone, come tali descritte dal manager figlio di operai, che attraverso i vari incontri traccia il suo percorso di vita, cominciato a Torino settantacinque anni fa nella portineria dove nacque, al civico 9 di Piazza Vittorio Veneto. Dove c’era una volta un bambino tifoso del Toro, che quando strinse la mano a Valentino Mazzola gli sembrò di impazzire dalla felicità, che rimase ferito sotto un bombardamento e perse la parola, e quando ricominciò a parlare, balbettava.
C’era una volta un bambino che, si vede nel risvolto di copertina, in una foto della prima comunione spingeva una grande carriola di legno perché, gli disse suo padre dopo averlo immortalato, bisogna “spingere la carriola, con energia, con determinazione, guardando sempre avanti, ma mai e poi mai tirarla”.

 

Fabrizio Buratto

 

 

di Serge LATOUCHE
BREVE TRATTATO SULLA DECRESCITA SERENA

Bollati Borighieri, 2009

Piccolo libro per descrivere grandi problemi. Lettura importante per la conoscenza della situazione attuale del nostro pianeta e le possibili soluzioni per salvare quello che è possibile dal disastro ecologico che ci attende.

Lo stile è semplice, adatto per una divulgazione scientifica che si propone di portare a conoscenza di tutti cosa sta accadendo, dove probabilmente andremo a finire se non si interviene una nuova politica culturale ed economica planetaria, e come si potrebbe intervenire per bloccare prima e sconfiggere poi la deriva entropica che sta minacciando la vita sulla terra.

Il saggio si apre con una disanima di quanto avviene nel mondo occidentale, dove il consumo inutile di energia e di materie prime, il produttivismo senza principi etici del sistema economico hanno portato alla imposizioni di un modello culturale ed economico unico, cinico e vuoto di contenuti etici e solidaristici. La pubblicità diffusa e martellante, che fa il secondo fatturato mondiale dopo quello delle armi, che propone sempre nuovi stimoli al consumo; il credito agevolato per questo fine che ha permesso a milioni di persone di spendere più di quanto consentano le proprie possibilità; le tecniche produttive che hanno coltivato e reso “modermo” il concetto dell’usa e getta e fatto abbandonare la buona prassi della riparazione: tutti questi strumenti hanno creato una coltura dell’appagamento nel mondo occidentale in stridente contrasto con la povertà del resto dell’umanità, che spinge a dimenticare la solidarietà, che ha inquinato tutto il mondo, che ha sperperato le risorse del pianeta ed infine che ha accentuato le disuguaglianze sociali fra le varie nazioni e fra le varie regioni al loro interno.

In questo che è stato contrabbandato come il migliore dei mondi possibile, dopo anni di produttivismo, dove le recessioni sono state abilmente mascherate dai “persuasori occulti” all’insegna dell’ottimismo e dell’edonismo reganiani, è scoppiata una crisi finanziaria di inimmaginabili proporzioni, come è inimmaginabile la sete di guadagno facile, la quale ha travolto anche la produzione industriale con una catena di conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Così l’ottimismo, tipico del modo di produzione capitalistico, si è tradotto in una ricerca affannosa di aiuti da parte del tanto “odiato” Stato, al quale le classi ricche della società si rifiutano pervicacemente di pagare le tasse in nome del “merito” e del “mercato”.

L’autore, dopo avere citato i disastri ecologici contenuti in milioni di piccoli atti senza ragione o in grandi discariche a cielo aperto, dopo avere posto il problema della limitatezza delle risorse, di tutte le risorse, perfino dell’acqua, dopo avere messo sotto accusa il produttivismo insensato finalizzato solo all’arricchimento di pochi ed alla illusione di stare bene di molti, prova ad individuare delle soluzioni. Ed in questo ambito si rende conto che il problema di fuoruscita da questa società non è facile, né di agevole soluzione, né comprensibile da parte di masse che hanno da poco (trenta, quaranta, cinquanta anni?) raggiunto questa specie di benessere ed ora avvertono, alcuni in modo incosciente, altri lucidamente, che qualche cosa è cambiato, che un modo di vivere e di concepire il rapporto con la natura probabilmente deve essere rivisto, che nuovi soggetti spingono alle nostre porte, che la ricreazione sta finendo, per cui bisogna affrontare una sfida per la quale siamo impreparati, ma che non possiamo evitare di affrontare.

Così vengono individuati alcuni temi attorno ai quali lavorare, quali quello del rilancio dell’agricoltura, del localismo produttivo, della necessità di fare cessare che un martello venduto in Germania sia fatto con un manico di legno jugoslavo, con la parte metallica preparata in Polonia, il tutto assemblato in un’altra parte del mondo ed infine riconsegnato alla Germania per la commercializzazione; lo stesso dicasi con la frutta esotica che fa il giro del mondo per arrivare sul tavolo dei consumatori occidentali. E’ necessario abituarsi al consumo dei prodotti locali secondo le stagioni. Bisogna pensare a ridurre l’uso dei combustibili utilizzando altri mezzi di trasporto, adottando altri stili di vita. Bisogna sviluppare la ricerca energetica, senza pensare che possa risolvere tutti i problemi, perché il cuore del “problema” non sta solo nella quantità di risorse disponibili e della loro riproducibilità naturale, ma soprattutto sta in un cambiamento culturale, direi mentale. Si dovranno creare nuovi posti di lavoro in settori di attività “verde”, imporre nuove imposte ecologiche (che inquina, paga – chi danneggia la natura paga – ecc.), rilocalizzare le aziende in modo da evitare al massimo i costi ed i consumi di trasposto. In pratica l’autore offre una svariata gamma di temi sui quali riflettere al fine di creare un movimento che riesca a bloccare lo strapotere delle multinazionali ed a costruire organismi di controllo planetari sotto il controllo dell’ONU o di organismi in grado di intervenire e sanzionare i comportamenti devianti.

E’ naturale che l’uomo si senta spaesato di fronte a questa emergenza, non solo perché non è preparato, ma perché nella storia non è mai accaduto che non abbia saputo porre rimedio a delle difficoltà, per cui gli riesce difficile pensare che si trovi di fronte ad una sconfitta storica: purtroppo non si può continuare ad avere una impronta ecologica che richiede il fabbisogno annuo di quanto prodotto da quasi due pianeti, come da alcuni anni stiamo facendo.

Questo breve saggio è una utile guida non al catastrofismo, ma ad una analisi della condizione del mondo oggi e di come si può cercare di salvarlo e salvare con lui i valori di solidarietà e giustizia sociale.

Novembre 2009

Luigi CORDIOLI

luigi.cordioli@alice.it


 

 

di Josè SARAMAGO

IL VIAGGIO DELL’ELEFANTE
Einaudi
, 2009
Ironico racconto lungo dello scrittore portoghese che ripropone ancora una volta fatti ed aneddoti della vita portoghese, quando il Portogallo era una monarchia con pretese di potenza coloniale, quando dal suo balcone affacciato sull’Atlantico sognava di uscire dalla sua situazione d’angolo e dal dimenticatoio della politica europea in cui la geografia e la pochezza del territorio, oltre che la presenza ingombrante della Spagna, lo confinavano.
Qui Saramago ricorda, aggiungendo al fatto storico comportamenti sicuramente inventati, ma possibili e certamente consueti in quel momento storico, l’episodio del regalo che Joao III del Portogallo fece nella seconda metà del Cinquecento al cugino ed aspirante al trono austriaco Massimiliano d’Absburgo: l’oggetto del regalo era un elefante, un animale allora sconosciuto ai più e che al solo sentirne il nome dava luogo a fantasie che si ricollegavano agli strani animali e mostriciattoli del bestiario medioevale. Dato il peso e le abitudini alimentari dell’animale il trasporto presentava notevoli problemi organizzativi sia sotto il profilo della durata che della sicurezza fisica della piccola carovana, per cui i preparativi furono relativamente lunghi coinvolgendo una squadra di cavalieri che dovevano fare da scorta al convoglio e addetti alla cura dei carri che trasportavano le vettovaglie e l’acqua necessaria per il mastodontico mammifero. Senza dimenticare il disappunto che la regina portoghese, Caterina d’Austria, ebbe per la perdita di un animale al quale era affezionata, disappunto che mostrò in modo discreto, riconoscendo il ruolo principale del marito re e piegandosi ai suoi voleri.
La scena viene rappresentata con un sottile disincanto nei confronti della nobiltà, mentre riserva una certa comprensione alle reazioni del popolo che accorre a vedere il passaggio dell’elefante, senza dimenticare di mettere in evidenza l’opportunismo untuoso e minaccioso nello stesso tempo dei prelati che vogliono approfittare del passaggio dell’elefante per costruire un miracolo, vero o presunto non importa, basta che si possa narrare come tale, davanti alla chiesa di un famoso santo, miracolo che servirebbe a rinsaldare il vincolo religioso attorno alla Chiesa Cattolica, travagliata dalla divisione luterana.
Saramago dipinge, con i suoi sottili percorsi argomentativi, con le sue ironiche osservazioni, un affresco storico del secolo in cui in Italia si sta sviluppando il Rinascimento, in Europa sta scoppiando la crisi luterana e nella Chiesa cattolica si sta meditando la reazione teologica ed organizzativa all’ondata protestante, nel tentativo di recuperare il prestigio di una ortodossia fortemente compromessa con il potere politico e con la ricchezza procurata con la simonia dilagante.
Il viaggio ci permette di conoscere la realtà della campagna portoghese con la sua feudalità radicata nella mentalità contadina, con la sua credulità bigotta e sottomessa; di osservare la rivalità di principio tra due eserciti che non si sono mai scontrati, quello portoghese e quello austriaco, al di là della loro forza effettiva, rivalità che poi si trasforma in un cameratismo rispettoso del protocollo.
Il cammino della piccola carovana è scandito dalla asperità dei paesaggi, dalle strade incerte, dai bisogni dei partecipanti, dalla necessità di rispettare i tempi dell’elefante, dai protocolli nell’attraversamento delle varie cittadine per offrire agli abitanti la vista di questo strano animale. Il momento più delicato è il passaggio del fondovalle ghiacciato in quella zona oggi chiamata Alto Adige, ma allora detto Tirolo, con la neve appena caduta e con le slavine incombenti. Durante questo lungo trasferimento l’arciduca Massimiliano d’Absburgo gareggia con l’elefante una gara di visibilità di fronte al popolo per raccogliere gli applausi, come se fosse lui l’autore dello strano animale, anche se il suo atteggiamento altezzoso non si traduce in prevaricazioni clamorose, fatta eccezione quando impone all’elefante ed al suo conducente indiano di cambiare il loro nome, per cui l’elefante Salomone si chiamerà Solimano, in nome di una non espressa ritorsione contro i mussulmani, ed il conducente Subhro diventerà Fritz, in omaggio al paese che lo ospiterà.
In definitiva lo scrittore portoghese prende a pretesto un fatto storico per avventurarsi nei meandri dei pensieri di coloro che vivevano in quel periodo e per cercare di rappresentare senza enfasi o meraviglia i piccoli pensieri del piccolo mondo e i pensieri sempre più complessi di coloro che rivestivano cariche sempre più importanti.
Lo stile è apparentemente dimesso ed è privo delle tradizionali interruzioni a favore di un dialogo ininterrotto fra i partecipanti l’impresa, di riflessioni incidentali che intervengono a vivacizzare la situazione, con scorribande lungo l’asse del tempo per fare riemergere fatti lontani, ma pertinenti alla situazione che si sta determinando.

Novembre 2009

Luigi CORDIOLI
luigi.cordioli@alice.it

 

 

di Lodovico Acerbis

QUATTRO SQUINTERNATI E UNA NUVOLA BIANCA

Manni 2009

L’autore racconta di un viaggio di cinque amici, quattro “squinternati”, più uno ancora più “squinternato”, attraverso il Nepal ed il Tibet attirati da quella realtà culturale e religiosa che trasforma il loro tour, impostato inizialmente sul fascino delle alte vette himalayane, da vacanza turistica in un viaggio di iniziazione ai misteri della filosofia orientale, specie quella induista e buddista.
All’inizio tutto sembra una scampagnata fra amici discoli in libera uscita sullo stile umoristico e ironico di J.K.Jerome dei “Tre uomini in barca”, senza però la compostezza vittoriana e l’unicità dell’à plomb inglese. Poi, a poco a poco, a contatto con la natura incontaminata delle valli e delle massicci himalayani, dei villaggi e dei monasteri abbarbicati sui monti o su spezzoni di roccia, colpiti dagli ampi spazi e dai grandi silenzi di questi testimoni muti, ma presenti e vivi nella vita di tutti i giorni, immersi nella profondità di un pensiero filosofico religioso che non conosce furbizie, sofismi, meschini interessi personali, il viaggio si trasforma nella ricerca dell’assoluto, del Principio del tutto, dell’Essere unico, sempre esistito, da cui deriva ogni cosa.
In questo cammino tormentato e non sempre agevole attraverso queste ripide gole, questi pianori battuti dal vento, questi passi accidentati emergono le varie personalità dei cinque viaggiatori, con i loro problemi esistenziali: chi ha perso la moglie adorata e cerca in questo viaggio una tranquillità di spirito che la morte del coniuge sembra avergli tolto, chi fugge da un passato matrimoniale tormentato per ritrovare se stesso, chi cerca un contatto con una cultura religiosa diversa per approdare a convinzioni più solide circa il ruolo dell’uomo e della divinità, chi si porta sulle spalle il ricordo del sessantotto, con le sue luci e le sue ombre e cerca nuovi punti di riferimento ed infine chi cerca conforto alle sue convinzioni tecnologiche, fondate su principi logico-matematici che l’hanno sempre sorretto nel suo lavoro. Siamo quindi di fronte a persone tormentate la cui realtà emerge a poco a poco sino ad impregnare tutto il loro cammino attraverso il Nepal ed il Tibet.
Vi sono quindi due percorsi che si snodano paralleli e che sono graficamente rappresentati dalla scrittura standard, che descrive il viaggio, tutto ciò che è esterno, tutto ciò che è ricerca e speculazione filosofica e religiosa, e dalla scrittura in corsivo, che rappresenta tutto ciò che è ricordo della propria vita, del proprio paese, di propri luoghi d’infanzia, dei propri dolori esistenziali. E la presenza contemporanea di questi due aspetti contribuisce ad alleggerire il racconto creando una specie di integrazione fra un discorso generale sulla vita, sui destini degli uomini, sulle verità ultime, ed un discorso locale e personale, vivacizzato da interiezioni dialettali e da ricordi lontani di poesie un tempo amate ed ora prese quasi a commento scherzoso di un fatto appena accaduto, così la “puzza” delle abitazioni tibetane e dei suoi abitanti fa venire in mente il sego dei baffi dei soldati croati nella poesia “Sant’Ambrogio” del Giusti, come l’amore sbocciato fra una vedova tibetana ed uno dei viaggiatori richiama le “dolci e fresche acque” del Petrarca, e via via col Carducci, col Pascoli ed altri ancora. Il risultato è quello di un percorso di volta in volta alleggerito dalla tensione religiosa ed emotiva che coinvolge intensamente i cinque viaggiatori con interventi frutto del “buon senso” montanaro.
Alla partenza i cinque amici sono tutti uniti nei disagi e nell’entusiasmo per la esperienza che intendono condividere, poi, quando la realtà tibetana diventa una presenza sempre più inquietante, uno di questi si stacca, si isola ed infine fugge alla ricerca di una via di uscita solitaria dai suoi problemi esistenziali e gli altri amici si mettono al suo inseguimento per cercare di trattenerlo, di capire i suoi intendimenti: in realtà si mettono alla sua ricerca perché anche loro sentono l’impulso di approfondire il “non conosciuto”, l’attrazione di uno spirito di ricerca che non era certamente nei programmi iniziali.
Durante il cammino gli amici incontrano personaggi umili che li aiutano nei momenti di difficoltà, sacerdoti buddisti (lama) che li introducono nei misteri della loro religione, cittadini che protestano per l’occupazione cinese, anfitrioni aristocratici che li ospitano nei loro palazzi, poliziotti cinesi che li interrogano con curiosità non disgiunta da pignoleria indagatrice. Attraverso le impervie vallate visitano monasteri collocati nei posti più impensati, partecipano a riti religiosi, assistono a funerali dove vengono ribaditi i concetti fondamentali del pensiero del buddismo tibetano. E’ tutto un mondo nuovo che si apre davanti a loro, è il mondo orientale fondato sul silenzio, sulla meditazione, sulla ricerca della “illuminazione”, sul piacere dello spirito in armonia con la natura, sulla accettazione del destino, quasi un ritrovare lo spirito dell’antica Grecia.
Il romanzo si sofferma su alcuni aspetti della filosofia religione buddista, quali il significato delle sillabe misteriose “OM MANE PADME HUM”, le figure dei Bodsattiva, del Buddha Avariotova e delle simbologie che cercano di rappresentare l’essenza del pensiero profondo che attraverso una serie di passaggi materiali (reincarnazioni) si sublima nell’Uno, sempre esistito e mai definito.
La conclusione del viaggio determina delle profonde modifiche nella vita dei nostri cinque viaggiatori perché uno si fermerà definitivamente in un monastero di suore buddiste a conferma di una sua vita femminile precedente, un altro sposerà una vedova tibetana e rimarrà in quel paese, un altro ancora approfondirà la sua cultura religiosa e vi introdurrà elementi di riflessione buddisti, il penultimo deciderà di dedicarsi alla vita politica intesa come servizio a favore dei più poveri e l’ultimo troverà finalmente quella tranquillità che aveva perso dopo la morte della moglie.
Ma vi sarebbero altri elementi di riflessione che per brevità si accennano, quale quello del ruolo della nuvola del titolo del libro, del “funerale celeste” di Gomchen, della natura del rapporto tantrico, del senso della vita nella cultura tibetana, della originalità del pensiero buddista induista, sui quali il romanzo offre spunti degni di interesse. In definitiva siamo di fronte ad una opera che cerca di trattare temi profondi con una certa leggerezza che non diventa mai superficialità.

Novembre 2009
Luigi CORDIOLI
luigi.cordioli@alice.it.

 

 

di Paolo ARESI

HO PEDALATO FINO ALLE STELLE

Mursia – 2008

Recensione a cura di Luigi Cordioli

In questo ultimo romanzo di Paolo ARESI, lo svolgimento dei fatti è avvolto da tutta la passione che l’autore nutre per la bicicletta, per la libertà che essa dona ai volonterosi che sfidano i rischi delle nostre strade, per la bellezza dei paesaggi che solo questo mezzo di locomozione ti consente di vedere. La bicicletta è il galeotto strumento che nel romanzo porta alla luce le pieghe ambigue di una vita accettata e sofferta, che consente di recuperare brandelli di emozioni giovanili, che permette il ritorno spontaneo, come una visita sacrale ed interiore, ai luoghi natii, a quel calore dal quale Marcella, la protagonista, una insegnante in età matura che lavora in una scuola del Nord Italia, si era allontanata in cerca di lavoro ed ora ritrova con un tuffo al cuore.

La vicenda si svolge su più livelli distinti, anche se frutto di un unico disegno interiore: quello della presa di coscienza della crisi del suo matrimonio, quello del recupero delle memorie famigliari e quello dell’innocenza perduta dei ricordi amorosi giovanili.

Il primo è quello della rivolta interiore da parte di Marcella che si scopre vittima sacrificale di un tipo di vita nel quale non vede ormai più affetto, soddisfazioni sentimentali, rispetto per il suo ruolo e si rende conto di essere stata per molti anni sacrificata in funzioni non solo umilianti, ma addirittura servili, sia nei confronti del marito, Christian, che con il passare degli anni mostra una sempre più accentuata indifferenza, sia nei confronti dei figli ormai cresciuti e dimentichi dei sacrifici materni, sia nei confronti dei suoceri, che li vede come un severi controllori delle sue azioni e custodi della tradizionale moralità famigliare. In quel mese di agosto, in vacanza con la famiglia, Marcella si assenta per alcune ore e nessuno se ne accorge o le chiede qualcosa, tanto sono sicuri che non mancherà ai suoi doveri di moglie, madre e nuora. Questa piccola mancanza di attenzione verso di lei da parte dei famigliari è come una puntura su una ferita che andava aprendosi e che la spinge a riflettere su quella vita vissuta ed a scoprire che la sua esistenza coniugale era intessuta di dolore e di sopportazione. E qui l’autore declina un tema non affatto estraneo alle coppie mature: ma l’amore, che inizialmente aveva unito un uomo ed una donna, finisce a tale punto con il passare degli anni, con l’insorgere della routine e dell’assopimento dei sensi, da minare alla radice una storia che durava da anni, che aveva dato vita ad una famiglia? E’ questo il destino dei matrimoni, se la donna non vuole essere supina alle sopportazioni ed agli affronti quoridiani? Aresi lascia in sospeso la risposta, nonostante il comportamento di Marcella, che decide di concedersi una certa libertà e di sganciarsi dalla famiglia, lasci intravedere una risposta cruda e positiva. Ed in ogni caso il problema è posto e non può essere eluso.

Il secondo livello è quello della ricerca del proprio passato, della propria giovinezza, delle proprie radici e delle proprie illusioni di ragazza. Così Marcella, repentinamente, un pomeriggio di questa sua vacanza al mare, decide di fare una gita in bicicletta al golfo di Baratti: la giornata è bella ed invitante e le persone che incontra le sollecitano la volontà di evadere, di scoprire se esiste un altro mondo; l’acqua del mare è invitante; il tempo passa ed è subito buio. Tornare da dove era partita o buttarsi in un’altra direzione? Ricordi, nostalgie, ricerca di nuovi stimoli la spingono all’avventura sportiva di ritornare sui luoghi natii che da molti anni non visitava più, vista l’opposizione sorda e sprezzante del marito verso i meridionali.

L’avventura comincia lungo la discesa verso il sud e nel suo viaggio Marcella incontra una varia umanità, unita dall’amore per la bicicletta, e, fra questa, un gruppo di anziani ciclisti toscani, di cui due trapiantati di fegato, che da sempre si danno appuntamento per la giornaliera sgambata ciclistica e che le confidano le loro emozioni ed i passaggi più terribili della loro esistenza, facendo nascere fra loro e la donna un sentimento di simpatia e di rispetto. Poi la corsa riprende per raggiungere il paese natio dove rivede le cugine ed i nipoti, ricorda le liti dei genitori, rientra nel passato attraverso i visi dei nonni e delle zie morte e soprattutto rivive le ansie del giovanile amore per Simone, un giovanotto del posto di cui, giovanissima, si era invaghita, tanto da pensare di raggiungerlo in Germania dove lavorava, nonostante l’occhiuta opposizione della madre. Ed è su questo tema che il ricordo diventa bruciante quando scopre che Simone è morto, ma soprattutto che era un poco di buono, per cui il dolore dell’amore perduto si somma alla scoperta che era un amore malsano, che il sentimento che coltivava nel profondo del suo cuore e della sua memoria era un sentimento malato che probabilmente l’avrebbe ridotta, come la vedova di Simone, ad una vita di stenti e che quindi la mancata realizzazione di quel sogno era stata per lei una fortuna. Per cui alla ferita della scoperta della fine del suo matrimonio si aggiunge quella di un ricordo non più puro, creando un quadro di delusioni dove neppure i ricordi dell’adolescenza le possono offrire conforto. Durante il soggiorno al paese natio telefona al marito per tranquillizzarlo, per dirgli che ritornerà presto, forse spinta da un senso del dovere verso la famiglia e dalla delusione per questo suo giovanile amore ormai distrutto anche nel ricordo. Ma quando lo incontra, inatteso, nel bar della cugina, dove era giunto per riportarla a casa, sulla cenere dei lontani ricordi rinasce in Marcella il tormento di una vita, che si avvia ad una comunione senza amore, ed un sentimento spontaneo di ribellione, per cui prende a schiaffi il marito e se ne esce all’aperto e, forse, in quel momento decide di uscire anche dalla vita di Christian, del quale ormai vede sempre più il rigido paternalismo ed il freddo perbenismo.

Dopo di che riprende la sua bicicletta e da sola ritorna indietro, passando a trovare i tranquilli ed umani amici toscani che aveva incontrato all’andata. Verso quale scelta di vita non è dato saperlo. Ma è certo che le scoperte che ha fatto in quella estate l’hanno cambiata profondamente: il suo matrimonio si è consumato ed suoi ricordi si sono frantumati, resta solo il futuro come speranza e Marcella accetta con coraggio le scelte che le sono imposte dalle nuove consapevolezze.

Romanzo ben intrecciato fra una visione generale e critica dei rapporti maturi di coppia e la ricerca di un aiuto nei ricordi per affrontare i problemi, quasi una discesa agli Inferi alla ricerca delle proprie radici, ricerca che rivelerà altro dolore, sia per un tempo che non tornerà più e sia per un mito andato distrutto, ma che la spingerà comunque a navigare nel mare aperto delle incertezze di una nuova vita.

Lo stile è scorrevole, forse più nella prima parte, dove l’esperienza ciclistica dell’autore si fa sentire, dove lo scorrere dei paesaggi e gli incontri sembrano più fluidi, che la seconda, dove i tormenti della famiglia di Marcella, la sua infatuazione ed i contrasti con la madre mostrano uno sviluppo più meditato e meno immediato. I dialoghi sono sobri e colgono con serenità l’ombra della malinconia per un passato che non c’è più.

In definitiva una lettura piacevole che narra di una vicenda aperta e comune a molte coppie mature e che ci parla del dolore per acquisire una propria autonomia quando si è privati delle abitudini del passato recente e dei ricordi giovanili, ma anche di una volontà di riprendersi quello che resta della propria vita per cominciarne una nuova.

 

 

di Tiziano SCARPA

 

STABAT MATER

  

Einaudi, 2009

Recensione a cura di Luigi Cordioli

Dal settecento veneziano viene fuori questa storia verosimile di un’anima in pena che si trova collocata in un ambiente inaccessibile al mondo esterno, nel quale le passioni ed i desideri dormono sotto la coltre di una routine meticolosa e rigida, per esplodere dopo una lunga incubazione in una ribellione spontanea e violenta o per assopirsi per sempre all’interno di una quotidianità accettata e subita, di cui si diventa, sovente, i custodi gelosi dell’ortodossia comportamentale.
Nell’ipocrita società veneziana del tempo della Serenissima, dove i ruoli sociali erano ben distinti e lineari, mentre la libertà dei costumi era libera di svolazzare nel cielo dell’anonimato, vestita di merletti e rappresentata dai modi galanti di atteggiarsi, vi erano dei luoghi dove i bambini indesiderati, frutto di errori, di licenziosità delle quali si voleva eliminare il frutto indesiderato, venivano abbandonati e raccolti da istituti sovente legati alla carità cristiana. Qui venivano cresciuti, educati e preparati, secondo i codici di istruzione del tempo, alla vita laica oppure a quella monacale. Erano luoghi dove la severità imposta dalle regole conventuali era temperata dall’attività che veniva loro affidata, per cui all’ospite venivano insegnati i rudimenti del vivere e dell’esercitare una professione, memori dell’ora et labora della tradizione medievale, che per le ragazze poteva essere l’apprendimento della musica e del suonare uno strumento, che in quel periodo non poteva che essere uno ad archi ed in modo particolare un violino.
La vicenda narrata è quella di Cecilia, una trovatella che sviluppa un monologo con la madre sconosciuta, tra rancori e rimorsi, tra richieste e rinunce, e con uno spiritello che interloquisce con i suoi desideri e rappresenta la sua coscienza, né buona, né cattiva: di fatto è solo un suo alter ego più grande, che sostituisce il padre sconosciuto e che la consiglia nei casi difficili della sua vita. Questi monologhi si completano con le riflessioni relative al vecchio maestro che le ha insegnato musica e che la fa suonare sovente nel complesso che esegue le di lui composizioni durante la messa domenicale, quando si esibiscono, senza essere viste dal pubblico, dalla balconata all’interno della chiesa. In questa sua attività musicale scopre che i loro concerti erano fatti per ottenere delle provvidenze, delle donazioni all’istituto dove viveva e che molti aspetti della vita, anche i più nobili, ruotavano sovente attorno al denaro.
Così, fra il desiderio di conoscere la propria madre, di conoscere a fondo le sue parti musicali, di riflettere su quel poco che viene a conoscere del mondo esterno, Cecilia trascorre la sua vita, accumulando inquietudini su inquietudini, fino a quando il maestro di musica verrà cambiato e gli subentrerà un giovane brillante, Antonio Vivaldi, che romperà l’equilibrio instabile della fanciulla e la porterà, con i suoi turbamenti, ad affrontare in modo diverso la vita che le si apre davanti.
Siamo di fronte ad uno scritto che non ha un suo scorrere piano, legato a degli avvenimenti, ma ad una serie di sussulti e di scoperte di una giovane esistenza, sola al mondo, che vive dentro se stessa la criticità della sua situazione e scopre problemi e comportamenti nuovi che lei assimila con umiltà e determinazione, anche se non mancano momenti di arrabbiatura nei confronti di coloro che l’hanno abbandonata. I suoi punti di riferimento sono la madre sconosciuta, il folletto che la intriga, il maestro di musica che la turba con la sua musica vivace e dirompente, la musica che le consente di esprimere i suoi sentimenti. All’inizio riusciva a controllare i turbamenti derivanti da occhiate/spiate che sorprendevano persone vicine a lei in situazioni terribili che impressionavano fortemente Cecilia e che le ponevano pesanti interrogativi sulle questioni della vita e della morte. Poi i turbamenti hanno continuato ad aumentare sino alla sua definitiva liberazione.
Dal punto di vista stilistico lo scritto si presenta con una serie di passaggi da una situazione ad un’altra, quasi a dei salti, dove il ritmo talvolta si disperde, anche se a tratti il pathos, di fronte alla semplicità ed allo smarrimento di Cecilia, riesce a coinvolgere il lettore. Il tono narrativo è delicato e dimesso, fondato sulla ricerca del passato e sulla scoperta del futuro ed esprime compiutamente l’atteggiamento di una giovane musicista, abbandonata e sola, di fronte al mondo che le si apre davanti. Il quadro narrativo, tuttavia, non sempre riesce a riempire la scena con tutti i suoi colori ed a definire in modo più chiaro la realtà di una società in fermento.

Luigi CORDIOLI
luigi.cordioli@alice.it