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di
Lodovico ACERBIS
BUTTERFLY
Manni
Editore – 2007
Recensione
a cura di Luigi Cordioli
Seconda opera letteraria di Lodovico ACERBIS, dopo la storia di
“Pierino Sgiufa”, ma questa volta l’incipit è solenne e ricorda
quello del capolavoro di Musil, con la differenza che quello è più
scientifico, mentre questo è più colorito, vivace, che chiama in causa
la natura e la fa partecipare all’evento che sta per cominciare.
Entrando nel testo ci accorgiamo che non vi è una sola storia
attorno alla figura della giovane giapponese Seiko, arrivata
misteriosamente in un caldo pomeriggio da quel lontano paese per
sciogliere un voto presso un santuario della località bergamasca di
Albino negli anni ’50, ma ben tre storie, dove la prima è alternativa
alla seconda e queste lo è della terza.
La prima storia è ben costruita grazie all’uso discreto di
“quadri aggiunti” che rappresentano gli occhi e la memoria del paese.
Infatti Seiko arriva in paese e viene notata via via da vari cittadini,
perdigiorno, pettegole, impiegati, artigiani, in una progressione di tempi
che rappresentano i vari momenti di vita della comunità, dove i soggetti
si vedono venire incontro, o passare davanti, questa strana figura, così
lontana dal loro mondo, ma che pur tuttavia ravviva l’attenzione, spreme
i cervelli per cercare di capire cosa stia succedendo, sollecita la
curiosità sul “cosa è venuta a fare questa strana donna?”: ed in
questo passaggio attraverso il centro, che di fatto diventa una vetrina,
non è lei che scorre, ma le varie anime del paese legate fortemente alle
tradizioni locali. La conclusione del tutto è drammatica: una volta
giunta al santuario e compiuta la sua missione, Seiko all’uscita dalla
chiesa viene travolta e uccisa da una autovettura. Fine della
presentazione.
Ma vi può essere un’altra conclusione di questa visita ad
Albino di Seiko ed ecco che l’autore inventa un altro finale: si
sviluppa così la seconda parte del romanzo. Seiko non muore, ma, essendo
ospite di una musicista bergamasca, incontra l’amore nella persona di
Giovanni Carrara, detto “ol boléta”. Entra così in scena un altro
personaggio che avrà un ruolo importante nella vicenda. Fra i due nasce
un legame amoroso che sconvolge la vita di entrambi. Quando Seiko deve
rientrare in Giappone, il Carrara non resiste alla tentazione di
raggiungerla: dopo pochi mesi pianta tutto, moglie e lavoro, e si imbarca
per quella terra lontana, che raggiunge dopo un lungo viaggio avventuroso.
Ma nel paese di Seiko le difficoltà non mancano, sia per la diversità di
mentalità, sia per il ruolo della famiglia e sia perché la fanciulla è
stata promessa in sposa ad altri dal padre e l’onore richiede il
rispetto dei patti. Così questo amore continua a vivere fra ristrettezze,
resistenze e contrapposizioni che mettono a dura prova i sue amanti.
Invano Carrara cerca di affiatarsi con i paesani di Seiko, invano cerca di
sollecitare scambi commerciali con l’Italia: la chiusura verso gli
stranieri, sostenuta da una buona parte dei cittadini, tende a restringere
gli spazi di convivenza con lo straniero, fino al punto che il padre
proibisce alla figlia di avere qualsiasi rapporto con il Carrara; allora i
due fuggono e vivono una brevissima parentesi d’amore prima di essere
raggiunti dalla vendetta paterna: un’aggressione riduce Seiko alla
perdita del senno, mentre lo straniero si salva a malapena. Ripresosi,
cerca l’amata, ma quando la trova verifica con grande rammarico la
impossibilità di una guarigione e decide di ritornare in Italia perché
Seiko ormai viaggia nelle nebbie dell’incoscienza. Così finisce la
seconda parte.
Ma l’autore ha pietà per i due amanti ed inventa un’altra
via d’uscita dal dramma. Ed ecco che viene chiamato in causa il nonno di
Seiko, l’estroverso Kazuo. Questi interviene presso il figlio, padre di
Seiko, e presso i nazionalisti locali intimando loro di lasciare stare i
due amanti ed organizzando le regolari nozze per i due amanti, una con il
rito scintoista ed una con il rito cattolico, dando alla vicenda un finale
lieto.
Nel corso del romanzo si viene a sapere perché Seiko era andata
al santuario di Albino, si conoscono le vicende umane del nonno Kazuo, si
apprendono alcuni aspetti della storia del Giappone, si legge il dolce
romanticismo degli haiku, si conosce la ritualità della vita di quegli
abitanti, tutti fatti che affondano le loro radici nella storia sociale ed
in quella personale dei vari soggetti.
Lo stile è brillante, pieno di luci e di colori, con la natura
che sembra accompagnare sempre attenta i personaggi e che partecipa con i
suoi ritmi alle loro vicende. L’architettura del romanzo è accattivante
e conferisce maggiore vivacità ad una storia che altrimenti, forse,
sarebbe stata solo triste. In questo contesto non mancano strizzatine
d’occhio accattivanti ai vezzi ripetitivi di alcune frasi, come non
viene mai meno l’ironia, intrisa di una sottile malinconia,
dell’autore, vero demiurgo benigno, sul “piccolo mondo antico di
Albino” che si riconosce in alcuni personaggi, costruendo un contesto
completo di natura e di uomini e facendo riaffiorare alla memoria costumi,
uomini e vicende d’altri tempi.
L’indagine sui personaggi principali è abbastanza approfondita
ed equilibrata, dando il giusto spazio ai sentimenti ed alle passioni,
alle aspettative ed alle delusioni.
La scrittura è scorrevole e si presta ad una lettura attenta e
piacevole.
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di Giorgio RUFFOLO
LO SPECCHIO DEL DIAVOLO
Einaudi, 2006
Recensione a cura di Luigi Cordioli
Breve
e vivace storia dell’economia narrata con humor e nel medesimo tempo con
profondità, che riesce a dare una idea delle problematiche ideali,
sociali, economiche e finanziarie derivanti da una società sempre più
complessa ed egoista, quale è la nostra.
Si
comincia con un gruppo di concetti relativi alla scienza economica, per
passare poi ad una breve storia di questa disciplina, individuando alcuni
aspetti nodali dello sviluppo socio-economico di una comunità, quali il
graduale affrancamento dell’uomo cacciatore-raccoglitore per diventare
un uomo allevatore ed infine un uomo contadino, dove la produzione
agricola introduce notevoli cambiamenti nella struttura della
organizzazione sociale perché compaiono figure prima sconosciute quali i
re, i guerrieri ed i sacerdoti che determinano una nuova stratificazione
sociale. E l’agricoltura è la prima grande rivoluzione economica
effettuata dall’uomo, forse spintovi dalla pressione demografica, dalla
scarsità di selvaggina o forse, meglio, da un insieme di cause che
avevano peggiorato le condizioni di vita.
Ma
il passo decisivo verso una società totalmente nuova è stata la
invenzione della scrittura che ha costituito la colonna portante e la
carta di identità di ogni società strutturata. Questo passaggio ha
influito sull’ambiente naturale, provocando desertificazione e
deforestazioni, e su alcune specie di animali che sono state
irrimediabilmente sterminate.
L’autore
passa poi a chiedersi che cosa distingua l’Oriente e l’Occidente
cogliendo nel primo una scala di valori diversa da quella occidentale, la
serenità e lo spirito contemplativo e nel secondo l’inquietudine
conoscitiva, la critica del pensiero, il bisogno di libertà, ma anche
l’avidità e la spinta al dominio ed all’espansione: non un divario di
intelligenze, ma solo una diversità applicativa.
Quindi
passa a parlare delle repubbliche marinare italiane come prime
protagoniste del commercio internazionale e del capitalismo commerciale,
seguite poi dalla concorrenza delle grandi nazioni europee che ha
coinvolto in una specie di globalizzazione tutto il mondo conosciuto. Dai
mercanti si passa poi agli industriali ed alla grande industria, dove
tutto viene mercificato, pesato e venduto in un vortice nel quale si sono
persi tutti i riferimenti morali in favore di una cruda guerra per
l’arricchimento. Questa seconda tappa dello sviluppo capitalistico ha
prodotto una dilatazione artificiale dei bisogni ed un consumo senza
limiti delle risorse naturali e della natura stessa avviando una discesa
senza freni verso lo spreco, sviluppando il disordine antropico e
mortificando i bisogni veri (salute, educazione, riposo, sport).
In
questi ultimi anni vi è stata una terza tappa di questo sviluppo
capitalistico, quella dell’affermazione della tecnologia e delle sue
applicazioni, del potere finanziario e della globalizzazione senza
principi che ha contribuito a rafforzare ancora di più il consumismo e
l’individualismo, colpendo al cuore la grande industria ed alcuni
principi che si ritenevano sacri, quali quelli della solidarietà, della
giustizia e dell’uguaglianza.
Dopo
un breve passaggio sulla storia della moneta, l’autore si sofferma sulle
ricorrenti bolle speculative, frutto di avidità e di imbrogli, bolle che
testimoniano come la memoria sia più corta del desiderio “del popolo
dei grulli” di guadagnare senza lavorare, senza vedere il volto
sotterraneo di questo profitto immorale, che è quello della miseria e
della sofferenza del terzo mondo.
In
questo contesto l’autore introduce il concetto di inflazione,
svalutazione e speculazione, per parlare poi del dibattito che si è
sviluppato verso la fine del secolo scorso fra keynesiani e monetaristi,
progressisti e conservatori, nel quadro di una controffensiva
conservatrice che è riuscita a mettere in difficoltà il movimento
operaio e sindacale e ad imporre la “legge del mercato”, la legge di
questo totem che, nonostante le capacità attribuitegli di regolatore del
mercato, riesce solo a rendere più ricchi i già ricchi e più poveri
quelli già miserabili, riesce a modificare strutture sociali ed
aspettative, agitando ideali fasulli di giustizia e di libertà: ben
inteso, libertà per i ricchi.
Fin
qui l’analisi. La difficoltà interviene quando si passa alle proposte,
vista la difficoltà di slegare l’umanità dai lacci e laccioli del
“pensiero unico”, dalle aspettative irrazionali, delle avidità
individuali rese teoricamente possibili dalle molte trappole che “il
migliore dei mondi possibili” ha seminato nella società, sviluppando
una cultura dell’indifferenza verso i propri simili e verso la natura,
della incapacità di sopportazione e di tollerare i diversi, della
mancanza di slanci ideali, creando una subordinazione totale alla
massiccia pubblicità che fanno di questa società un branco eterodiretto
in balia dei mezzi di comunicazione di massa che raccontano quello che
vogliono loro, quando e come vogliono, per cui sarebbe meglio stare in
silenzio e pensare più che ascoltare le chiacchiere infinite e non sempre
vere, in tutto o in parte, che vengono elargite a piene mani.
L’autore
si sforza di indicare alcuni punti di riferimento per cercare di dare un
senso alla produzione, al consumo, alla soddisfazione dei bisogni primari,
ma la individuazione di vie d’uscita non si presenta agevole, anche se
la lettura di questo libro è molto utile.
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di Adriana LORENZI
NON RESTATE IN SILENZIO
Le Lettere – 2008
Recensione a cura di Luigi Cordioli
Saggio
rigorosamente al femminile, non solo perché sviluppa ritratti di sole
donne, giovani e meno giovani, fortunate e meno fortunate, famose e meno
famose, ma anche perché colloca sullo sfondo le figure maschili, sia in
quanto necessarie comparse di una o più vicende e sia in quanto
detentrici di un potere tuttora influente nella società, per cui sono
imprescindibili. Siamo di fronte ad una serie di profili di donne che la
sorte ed una società maschile hanno fortemente caratterizzato,
spingendole o alla rassegnazione o ad una interminabile ricerca interiore
o ad una ribellione che ha portato alcune all’autodistruzione ed altre
alla formazione di una consapevolezza umana in grado di sopravvivere in un
mondo che cerca di escluderle o di relegarle in ruoli decisamente
marginali, salvate solo, per ora, dalla memoria storica di chi ha vissuto
con loro. Da qui l’invito dell’autrice alle lettrici di non restare in
silenzio, ma di farsi sentire e di porre e di mantenere all’ordine del
giorno della società i loro problemi, che poi sono problemi che, per un
verso o per l’altro, riguardano tutti.
Si
comincia con il ritratto dell’ultima figlia di Bartolomeo Colleoni,
Medea, che non riesce ad accettare il suo destino di futura moglie
impostole dallo status della famiglia all’eterna ricerca di alleanze e
che si lascia morire di languore, trascinando con sé, nella morte, anche
l’amato cardellino che a lungo le ha fatto compagnia. E poi la volta
della tormentata vicenda di Virginia Woolf, una donna che faceva parte
dell’esclusivo circolo di Bloomsbury dove alcune delle menti più
progressiste della Gran Bretagna cercavano di contrastare il grigiore
culturale di quei tempi. Nel breve saggio, Virginia si tormenta e si
interroga sulla morte che sente gravare sulle sue spalle, benché sia
ancora giovane, e sulla sua paura di non riuscire a scrivere il capolavoro
che la renderebbe immortale. In questa condizione di disagio, nonostante
l’amorevole aiuto del marito che cerca di proteggerla da sé stessa, la
scrittrice viaggia in un mondo tutto suo dove le “buone fate” la
aiutano a vivere. Segue il ritratto di Dolores Prato che viene
rintracciato e ricostruito durante una visita, una specie di
pellegrinaggio, a Treia dove la scrittrice visse fino a diciotto anni: qui
incontra i luoghi che, bambina prima e adolescente dopo, la ospitarono o
la videro passare; e in questo luogo parla con le persone che conservano
ancora il ricordo di questa autrice anomala, mezza ebrea e mezza
aristocratica, che dovette perdere il posto di insegnante per le leggi
razziali del 1938, con una infanzia male vissuta per colpa di genitori che
la abbandonarono, che vinse il premio Lerici a 89 anni. La visita si
chiude con la visita all’esagona torre guelfa di S.Marco che in un gioco
di luci, forse casuale, sembra rimandare un saluto di Dolores. E’ poi la
volta di Emily Dickinson e dei tormenti che le ha provocato il
puritanesimo della famiglia, contro i quali ha cercato di reagire, per
essere poi definitivamente fiaccata dalla delusione del matrimonio dei
suoi due amici più amati,. Susan ed Austin. Anche la storia di Azzurrina
di Montebello è raccontata attraverso una visita al castello natale, dove
la scarna struttura dei passaggi, delle stanze e dei cortili rappresentano
segmenti di vita che sembrano fare rivivere ai visitatori le vicende di
questa bambina che morì per una caduta fatale nel giocare a palla e che
nella morte trascinò anche i suoi incauti custodi. Abbiamo poi la storia
di Gianna Manzini e del padre anarchico che ha insegnato alla figlia la
via della rettitudine civile, che è stato onorato da tutto il paese e che
lei ha saputo seguire nel suo impegno di scrittrice. La penultima storia
riguarda Antonia Pozzi, la giovane poetessa milanese, morta suicida a 26
anni per la impossibilità di riconoscersi in un mondo razzista ed
antidemocratico che sembrava vincente alla fine degli anni trenta. La
chiusura riguarda la figura anonima di una prostituta, immigrata
clandestinamente nel nostro paese, una carcerata che ricostruisce la sua
vita di ragazza sfruttata, di giovane donna senza giovinezza. Una figura
che riassume tutte le brutture e le persecuzioni di cui hanno sofferto e
soffrono le donne di tutto il mondo, specie quelle che si illudono che la
felicità stia sempre oltre frontiera, che sia dietro lo schermo delle
televisioni, mentre invece, varcata la soglia fatale, piombano loro
addosso le catene di una clandestinità che diventano macigni e
distruggono il mito che le ha spinte a certe scelte.
Di
tutti questi profili mi pare che i più incisivi siano gli ultimi tre, nei
quali la scrittura è densa di significati. Mentre nei primi la vivacità,
la spontaneità ed il colori dell’entusiasmo femminile la fanno da
padroni, negli ultimi la convinzione dell’autrice, sempre attenta a
cogliere il respiro femminile, si concentra sui temi generali come
l’antifascismo e la giustizia sociale, la solidarietà e la
partecipazione alle sofferenze dei reietti. Qui il ritmo è più serrato,
più partecipato, privo di indulgenze per la giocosità malinconica degli
altri profili, dove la narrazione è più legata a temi intellettuali,
personali, introspettivi, intimisti, con sentiti momenti di delicatezza, i
quali, però, non approdano alla concretezza pesante della condizione
femminile, alla consapevolezza che senza l’antifascismo, il rispetto
delle regole democratiche, il senso della giustizia per tutti, neppure le
istanze femminili trovano spazio in questa società.
La
tecnica narrativa è intrigante perché non vi è un solo io narrante, ma
un coro di persone e di animali. Se per Medea Colleoni il suo cardellino,
che vive e muore con lei, parla degli ultimi giorni di vita della
fanciulla e descrive i volti ansiosi dei genitori; per Virginia Woolf è lei stessa che si racconta, che si apre al lettore con le
sue idiosincrasie e le sue ambizioni, con la sua volontà di chiudersi in
un mondo tutto suo per sfuggire alle attenzioni del marito; per Dolores
Prato è la stessa Adriana Lorenzi che, parlando del suo pellegrinaggio a
Treia, ci guida attraverso il paese sulle tracce di questa scrittrice
atipica; per Emily Dickinson è il suo cane che parla delle sue delusioni
e delle sue aspirazioni; per Azzurrina di Montebello è lei stessa che,
seguendo un gruppo di visitatori del castello natio, racconta la sua
storia e la sua disavventura; per Gianna Manzini è una amica che le
scrive rievocando memorie comuni dell’infanzia e ricordando la figura
del padre; per Antonia Pozzi è la madre che parla della figlia con i suoi
problemi di sensibilità politica ed umana; ed infine è la stessa donna
carcerata a farci conoscere la realtà di una vita decollata sulle ali di
legittime ambizioni di una vita migliore e precipitata nel buio senza fine
della delusione e di una giovinezza perduta per sempre.
Tutte
queste voci rigorosamente femminili, che sembrano appartenere ad un gioco
che mischia la realtà e la fantasia, formano un coro che non è
provocatoriamente protestatario, ma vuole essere la descrizione di uno
stato di inferiorità, variamente articolato e giustificato, che deve
finire per sempre e per il quale si chiamano a raccolta tutte le donne
volonterose e disponibili per una battaglia di emancipazione. Ecco, il
messaggio che tutte queste situazioni diverse nel tempo e nelle situazioni
vogliono lanciare è quello di non perdere nulla di quella sensibilità
tipicamente femminile, ma di aggiungervi una condizione di vita più
serena e partecipe ai grandi problemi della società.
Lo
stile è ammiccante e ricco di colori, ma non leggero, perché gli
aggettivi e le figure retoriche sono collocati in modo da conferire al
discorso una seriosità, una riflessione meditata che richiedono
attenzione, perché sembrano calibrati per il posto dove sono messe,
conferendo alla narrazione, talvolta una serena vivacità, talaltra una
gioiosa allegria, talaltra ancora una sorta di meditazione che conferisce
all’opera una sua organica struttura, dando una solida compattezza al
tutto, al di là dei tempi e dei modi in cui vengono espressi.
Nel
complesso questa raccolta di brevi saggi si può definire un utile
approccio a quella parte di vita femminile che non sempre viene
evidenziata e che invece sarebbe opportuno rivisitare per una conoscenza
approfondita di quella realtà.
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di Gore VIDAL
GIULIANO
Fazi Editore – 2003
Recensione a cura di Luigi Cordioli
In
questo romanzo storico lo scrittore statunitense ci parla della vita
dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano (331-363 e.v.) che regnò,
ultimo discendente della terribile famiglia di Costantino I, dal 360 al
363.
Questa
ricostruzione comprende, oltre la personalità di Giuliano, tutto il suo
ambiente in un momento in cui il Cristianesimo, innalzato da Costantino I
a religione di Stato, stava difendendo strenuamente, con la sua
proverbiale puntualità e spietatezza, le posizioni di potere tenacemente
perseguite e recentemente acquisite, senza il minimo scrupolo sulla
legittimità della propria azione o sulla moralità dell’operato
imperiale.
Singolare
è la riscrittura storica operata dai Cristiani della figura di questo
imperatore definito “l’apostata”, cioè con un aggettivo che nulla
ha a che fare con il suo operato civile, politico e storico e che si
riferisce ad un aspetto della sua politica, tesa a ripristinare le
tradizioni religiose elleniche dopo gli anni giovanili di terrore passati
alla corte degli imperatori cristiani. Per cui la definizione di apostata
è imprecisa in quanto il Cristianesimo gli è stato imposto dalla
famiglia e da lui sopportato in cambio della vita. Per cui l’imperatore
Flavio Claudio Giuliano è così definito, mentre Paolo di Tarso, che è
stato un vero apostata, cioè un traditore delle tradizioni famigliari che
aveva sempre difeso per passare armi e bagagli dall’altra parte, è
stato fatto “santo”. Così come lo stesso Costantino I, definito “il
Grande” mentre avrebbe dovuto essere chiamato almeno “il crudele”.
Ma questa è la storia riscritta dei Cristiani, i quali hanno applicato
l’universale detto di Brenno “Guai ai vinti!”.
Il
romanzo si sviluppa partendo dal ricordo che alcuni amici filosofi hanno
dell’imperatore e che viene integrato con il testo di presunte cronache
e di diari lasciati da Giuliano e fortunosamente scampati alla epurazione
cristiana. Rievocando questi ricordi ed interpretando questi scritti essi
fanno rivivere la sua infanzia e la sua giovinezza, vissuta sotto il
controllo minaccioso delle guardie imperiali che controllavano ogni suo
movimento, che spiavano ogni suo comportamento e che traducevano il tutto
in messaggi da inviare all’imperatore,: in questo clima viene a formarsi
una personalità che di fronte alla prepotenza di questi parenti regali
cerca rifugio e si forma nella filosofia, nello studio dei classici,
classici che non potevano essere cristiani, ma solo quelli dell’antichità
ellenica, della filosofia della tolleranza, della gioia di vivere e della
serenità di fronte ai problemi del mondo, dell’uomo che si sente in
sintonia con la natura e che non è succube di lugubri sogni di
resurrezione in un mondo per nulla definito. Viene a formarsi nel giovane
Giuliano una cultura della vita in questo mondo, in contrapposizione a
quella della sua rinuncia per un mondo virtuale di là da venire. E la
filosofia lo aiuta a sopravvivere ed a superare i momenti di terrore
quando riceve inviti dallo zio Costanzo e sente il filo della vita
assottigliarsi, temendo di essere ucciso ed invece le motivazioni sono
altre: il pericolo è scampato ma l’incubo resta. E questa brutalità
unita al fanatismo cristiano lo allontaneranno sempre più da un mondo che
scopre infido, crudele, avido di potere e lo salderanno definitivamente
alla cultura ellenica, per cui cercherà di dare anche alle altre
religioni quella libertà di culto che era stata loro negata da Costantino
I a favore dei Cristiani.
Diventato
imperatore avrà solo tre anni di vita per attuare le sue idee, anche se
comincerà presto a fare capire ai vescovi cristiani, ormai abituati a
disporre di un potere prevaricatore, che la sua scelta religiosa è per
l’ellenismo, per la sacralità della tradizione classica. In queste sue
manifestazioni non mancheranno eccessive esteriorità od ingenuità
(secondo noi) sotto il profilo dei sacrifici e dei misteri religiosi: le
quali, tuttavia, non daranno luogo ad epurazioni sanguinose come invece
farà il fanatismo cristiano.
All’interno
di questa sua cultura ellenica vi stanno anche i miti civili degli eroi,
in specie quello di Alessandro Magno, che lo spingerà ad una spedizione
militare che si rivelerà disastrosa e che lo porterà a morire colpito da
una lancia, non si sa se scagliata da soldati cristiani del suo esercito
che sentivano il bisogno di fermarlo per sempre o da persiani nel fuoco
dello scontro all’arma bianca?
Il
fatto è che dopo di lui il Cristianesimo tornerà in auge e completerà
la sua vittoria con l’Editto di Teodosio alcuni decenni dopo.
La
figura che emerge di questo imperatore ingiustamente calunniato dalla
storia cristiana (ma dove sono gli storici laici?) è quella di un uomo di
grande cultura e sensibilità, con le sue luci e le sua ombre, con le sue
illusioni, con i suoi slanci mistici. Tuttavia, proprio per la sua
ingenuità, anche considerando il diverso contesto storico, Flavio Claudio
Giuliano si colloca al di sotto dell’altro grande imperatore filosofo,
quel Marco Aurelio che aveva sviluppato una ricerca interiore, più
attenta ai problemi dell’uomo che alla espansione dell’impero ed alla
adorazione di un culto ellenistico un po’ sorpassato, probabilmente non
in grado di dare risposte ai nuovi problemi sociali che si sarebbero
dovuti affrontare.
Naturalmente
lo spessore dell’opera è molto più ampio di queste poche righe, così
come i dibattito che Giuliano tiene con il suo entourage di filosofi.
Quello che resta alla fine della lettura è che il periodo considerato può
essere considerato come l’ultimo tentativo del mondo ellenistico di
resistere all’invadenza cristiana, un periodo nel quale i giochi non
erano fatti, al di là della retorica cristiana, e nel quale la perfidia
bizantina non ha mancato di giocare un ruolo importante grazie alle
pressioni che era in grado di esercitare su un impero sempre più debole,
logorato al suo interno da crisi economiche, da aggressioni barbariche, da
una politica di adulazione e di minaccia nei confronti di ceti impauriti.
La
lettura, scorrevole e lineare, nel complesso piacevole, ci aiuta a
conoscere un periodo storico drammatico per l’impero romano e per la
libertà di culto, nel quale molte pagine di storia sono andate perdute ed
altre riscritte.
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