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di Lodovico ACERBIS

BUTTERFLY

Manni Editore – 2007

Recensione a cura di Luigi Cordioli

Seconda opera letteraria di Lodovico ACERBIS, dopo la storia di “Pierino Sgiufa”, ma questa volta l’incipit è solenne e ricorda quello del capolavoro di Musil, con la differenza che quello è più scientifico, mentre questo è più colorito, vivace, che chiama in causa la natura e la fa partecipare all’evento che sta per cominciare.

Entrando nel testo ci accorgiamo che non vi è una sola storia attorno alla figura della giovane giapponese Seiko, arrivata misteriosamente in un caldo pomeriggio da quel lontano paese per sciogliere un voto presso un santuario della località bergamasca di Albino negli anni ’50, ma ben tre storie, dove la prima è alternativa alla seconda e queste lo è della terza.

La prima storia è ben costruita grazie all’uso discreto di “quadri aggiunti” che rappresentano gli occhi e la memoria del paese. Infatti Seiko arriva in paese e viene notata via via da vari cittadini, perdigiorno, pettegole, impiegati, artigiani, in una progressione di tempi che rappresentano i vari momenti di vita della comunità, dove i soggetti si vedono venire incontro, o passare davanti, questa strana figura, così lontana dal loro mondo, ma che pur tuttavia ravviva l’attenzione, spreme i cervelli per cercare di capire cosa stia succedendo, sollecita la curiosità sul “cosa è venuta a fare questa strana donna?”: ed in questo passaggio attraverso il centro, che di fatto diventa una vetrina, non è lei che scorre, ma le varie anime del paese legate fortemente alle tradizioni locali. La conclusione del tutto è drammatica: una volta giunta al santuario e compiuta la sua missione, Seiko all’uscita dalla chiesa viene travolta e uccisa da una autovettura. Fine della presentazione.

Ma vi può essere un’altra conclusione di questa visita ad Albino di Seiko ed ecco che l’autore inventa un altro finale: si sviluppa così la seconda parte del romanzo. Seiko non muore, ma, essendo ospite di una musicista bergamasca, incontra l’amore nella persona di Giovanni Carrara, detto “ol boléta”. Entra così in scena un altro personaggio che avrà un ruolo importante nella vicenda. Fra i due nasce un legame amoroso che sconvolge la vita di entrambi. Quando Seiko deve rientrare in Giappone, il Carrara non resiste alla tentazione di raggiungerla: dopo pochi mesi pianta tutto, moglie e lavoro, e si imbarca per quella terra lontana, che raggiunge dopo un lungo viaggio avventuroso. Ma nel paese di Seiko le difficoltà non mancano, sia per la diversità di mentalità, sia per il ruolo della famiglia e sia perché la fanciulla è stata promessa in sposa ad altri dal padre e l’onore richiede il rispetto dei patti. Così questo amore continua a vivere fra ristrettezze, resistenze e contrapposizioni che mettono a dura prova i sue amanti. Invano Carrara cerca di affiatarsi con i paesani di Seiko, invano cerca di sollecitare scambi commerciali con l’Italia: la chiusura verso gli stranieri, sostenuta da una buona parte dei cittadini, tende a restringere gli spazi di convivenza con lo straniero, fino al punto che il padre proibisce alla figlia di avere qualsiasi rapporto con il Carrara; allora i due fuggono e vivono una brevissima parentesi d’amore prima di essere raggiunti dalla vendetta paterna: un’aggressione riduce Seiko alla perdita del senno, mentre lo straniero si salva a malapena. Ripresosi, cerca l’amata, ma quando la trova verifica con grande rammarico la impossibilità di una guarigione e decide di ritornare in Italia perché Seiko ormai viaggia nelle nebbie dell’incoscienza. Così finisce la seconda parte.

Ma l’autore ha pietà per i due amanti ed inventa un’altra via d’uscita dal dramma. Ed ecco che viene chiamato in causa il nonno di Seiko, l’estroverso Kazuo. Questi interviene presso il figlio, padre di Seiko, e presso i nazionalisti locali intimando loro di lasciare stare i due amanti ed organizzando le regolari nozze per i due amanti, una con il rito scintoista ed una con il rito cattolico, dando alla vicenda un finale lieto.

Nel corso del romanzo si viene a sapere perché Seiko era andata al santuario di Albino, si conoscono le vicende umane del nonno Kazuo, si apprendono alcuni aspetti della storia del Giappone, si legge il dolce romanticismo degli haiku, si conosce la ritualità della vita di quegli abitanti, tutti fatti che affondano le loro radici nella storia sociale ed in quella personale dei vari soggetti.

Lo stile è brillante, pieno di luci e di colori, con la natura che sembra accompagnare sempre attenta i personaggi e che partecipa con i suoi ritmi alle loro vicende. L’architettura del romanzo è accattivante e conferisce maggiore vivacità ad una storia che altrimenti, forse, sarebbe stata solo triste. In questo contesto non mancano strizzatine d’occhio accattivanti ai vezzi ripetitivi di alcune frasi, come non viene mai meno l’ironia, intrisa di una sottile malinconia, dell’autore, vero demiurgo benigno, sul “piccolo mondo antico di Albino” che si riconosce in alcuni personaggi, costruendo un contesto completo di natura e di uomini e facendo riaffiorare alla memoria costumi, uomini e vicende d’altri tempi.

L’indagine sui personaggi principali è abbastanza approfondita ed equilibrata, dando il giusto spazio ai sentimenti ed alle passioni, alle aspettative ed alle delusioni.

La scrittura è scorrevole e si presta ad una lettura attenta e piacevole.

di Giorgio RUFFOLO

LO SPECCHIO DEL DIAVOLO

Einaudi, 2006

Recensione a cura di Luigi Cordioli 

 

 

Breve e vivace storia dell’economia narrata con humor e nel medesimo tempo con profondità, che riesce a dare una idea delle problematiche ideali, sociali, economiche e finanziarie derivanti da una società sempre più complessa ed egoista, quale è la nostra.

Si comincia con un gruppo di concetti relativi alla scienza economica, per passare poi ad una breve storia di questa disciplina, individuando alcuni aspetti nodali dello sviluppo socio-economico di una comunità, quali il graduale affrancamento dell’uomo cacciatore-raccoglitore per diventare un uomo allevatore ed infine un uomo contadino, dove la produzione agricola introduce notevoli cambiamenti nella struttura della organizzazione sociale perché compaiono figure prima sconosciute quali i re, i guerrieri ed i sacerdoti che determinano una nuova stratificazione sociale. E l’agricoltura è la prima grande rivoluzione economica effettuata dall’uomo, forse spintovi dalla pressione demografica, dalla scarsità di selvaggina o forse, meglio, da un insieme di cause che avevano peggiorato le condizioni di vita.

Ma il passo decisivo verso una società totalmente nuova è stata la invenzione della scrittura che ha costituito la colonna portante e la carta di identità di ogni società strutturata. Questo passaggio ha influito sull’ambiente naturale, provocando desertificazione e deforestazioni, e su alcune specie di animali che sono state irrimediabilmente sterminate.

L’autore passa poi a chiedersi che cosa distingua l’Oriente e l’Occidente cogliendo nel primo una scala di valori diversa da quella occidentale, la serenità e lo spirito contemplativo e nel secondo l’inquietudine conoscitiva, la critica del pensiero, il bisogno di libertà, ma anche l’avidità e la spinta al dominio ed all’espansione: non un divario di intelligenze, ma solo una diversità applicativa.

Quindi passa a parlare delle repubbliche marinare italiane come prime protagoniste del commercio internazionale e del capitalismo commerciale, seguite poi dalla concorrenza delle grandi nazioni europee che ha coinvolto in una specie di globalizzazione tutto il mondo conosciuto. Dai mercanti si passa poi agli industriali ed alla grande industria, dove tutto viene mercificato, pesato e venduto in un vortice nel quale si sono persi tutti i riferimenti morali in favore di una cruda guerra per l’arricchimento. Questa seconda tappa dello sviluppo capitalistico ha prodotto una dilatazione artificiale dei bisogni ed un consumo senza limiti delle risorse naturali e della natura stessa avviando una discesa senza freni verso lo spreco, sviluppando il disordine antropico e mortificando i bisogni veri (salute, educazione, riposo, sport).

In questi ultimi anni vi è stata una terza tappa di questo sviluppo capitalistico, quella dell’affermazione della tecnologia e delle sue applicazioni, del potere finanziario e della globalizzazione senza principi che ha contribuito a rafforzare ancora di più il consumismo e l’individualismo, colpendo al cuore la grande industria ed alcuni principi che si ritenevano sacri, quali quelli della solidarietà, della giustizia e dell’uguaglianza.

Dopo un breve passaggio sulla storia della moneta, l’autore si sofferma sulle ricorrenti bolle speculative, frutto di avidità e di imbrogli, bolle che testimoniano come la memoria sia più corta del desiderio “del popolo dei grulli” di guadagnare senza lavorare, senza vedere il volto sotterraneo di questo profitto immorale, che è quello della miseria e della sofferenza del terzo mondo.

In questo contesto l’autore introduce il concetto di inflazione, svalutazione e speculazione, per parlare poi del dibattito che si è sviluppato verso la fine del secolo scorso fra keynesiani e monetaristi, progressisti e conservatori, nel quadro di una controffensiva conservatrice che è riuscita a mettere in difficoltà il movimento operaio e sindacale e ad imporre la “legge del mercato”, la legge di questo totem che, nonostante le capacità attribuitegli di regolatore del mercato, riesce solo a rendere più ricchi i già ricchi e più poveri quelli già miserabili, riesce a modificare strutture sociali ed aspettative, agitando ideali fasulli di giustizia e di libertà: ben inteso, libertà per i ricchi.

Fin qui l’analisi. La difficoltà interviene quando si passa alle proposte, vista la difficoltà di slegare l’umanità dai lacci e laccioli del “pensiero unico”, dalle aspettative irrazionali, delle avidità individuali rese teoricamente possibili dalle molte trappole che “il migliore dei mondi possibili” ha seminato nella società, sviluppando una cultura dell’indifferenza verso i propri simili e verso la natura, della incapacità di sopportazione e di tollerare i diversi, della mancanza di slanci ideali, creando una subordinazione totale alla massiccia pubblicità che fanno di questa società un branco eterodiretto in balia dei mezzi di comunicazione di massa che raccontano quello che vogliono loro, quando e come vogliono, per cui sarebbe meglio stare in silenzio e pensare più che ascoltare le chiacchiere infinite e non sempre vere, in tutto o in parte, che vengono elargite a piene mani.

L’autore si sforza di indicare alcuni punti di riferimento per cercare di dare un senso alla produzione, al consumo, alla soddisfazione dei bisogni primari, ma la individuazione di vie d’uscita non si presenta agevole, anche se la lettura di questo libro è molto utile.

di Adriana LORENZI

NON RESTATE IN SILENZIO

Le Lettere – 2008

Recensione a cura di Luigi Cordioli 

 

Saggio rigorosamente al femminile, non solo perché sviluppa ritratti di sole donne, giovani e meno giovani, fortunate e meno fortunate, famose e meno famose, ma anche perché colloca sullo sfondo le figure maschili, sia in quanto necessarie comparse di una o più vicende e sia in quanto detentrici di un potere tuttora influente nella società, per cui sono imprescindibili. Siamo di fronte ad una serie di profili di donne che la sorte ed una società maschile hanno fortemente caratterizzato, spingendole o alla rassegnazione o ad una interminabile ricerca interiore o ad una ribellione che ha portato alcune all’autodistruzione ed altre alla formazione di una consapevolezza umana in grado di sopravvivere in un mondo che cerca di escluderle o di relegarle in ruoli decisamente marginali, salvate solo, per ora, dalla memoria storica di chi ha vissuto con loro. Da qui l’invito dell’autrice alle lettrici di non restare in silenzio, ma di farsi sentire e di porre e di mantenere all’ordine del giorno della società i loro problemi, che poi sono problemi che, per un verso o per l’altro, riguardano tutti.

Si comincia con il ritratto dell’ultima figlia di Bartolomeo Colleoni, Medea, che non riesce ad accettare il suo destino di futura moglie impostole dallo status della famiglia all’eterna ricerca di alleanze e che si lascia morire di languore, trascinando con sé, nella morte, anche l’amato cardellino che a lungo le ha fatto compagnia. E poi la volta della tormentata vicenda di Virginia Woolf, una donna che faceva parte dell’esclusivo circolo di Bloomsbury dove alcune delle menti più progressiste della Gran Bretagna cercavano di contrastare il grigiore culturale di quei tempi. Nel breve saggio, Virginia si tormenta e si interroga sulla morte che sente gravare sulle sue spalle, benché sia ancora giovane, e sulla sua paura di non riuscire a scrivere il capolavoro che la renderebbe immortale. In questa condizione di disagio, nonostante l’amorevole aiuto del marito che cerca di proteggerla da sé stessa, la scrittrice viaggia in un mondo tutto suo dove le “buone fate” la aiutano a vivere. Segue il ritratto di Dolores Prato che viene rintracciato e ricostruito durante una visita, una specie di pellegrinaggio, a Treia dove la scrittrice visse fino a diciotto anni: qui incontra i luoghi che, bambina prima e adolescente dopo, la ospitarono o la videro passare; e in questo luogo parla con le persone che conservano ancora il ricordo di questa autrice anomala, mezza ebrea e mezza aristocratica, che dovette perdere il posto di insegnante per le leggi razziali del 1938, con una infanzia male vissuta per colpa di genitori che la abbandonarono, che vinse il premio Lerici a 89 anni. La visita si chiude con la visita all’esagona torre guelfa di S.Marco che in un gioco di luci, forse casuale, sembra rimandare un saluto di Dolores. E’ poi la volta di Emily Dickinson e dei tormenti che le ha provocato il puritanesimo della famiglia, contro i quali ha cercato di reagire, per essere poi definitivamente fiaccata dalla delusione del matrimonio dei suoi due amici più amati,. Susan ed Austin. Anche la storia di Azzurrina di Montebello è raccontata attraverso una visita al castello natale, dove la scarna struttura dei passaggi, delle stanze e dei cortili rappresentano segmenti di vita che sembrano fare rivivere ai visitatori le vicende di questa bambina che morì per una caduta fatale nel giocare a palla e che nella morte trascinò anche i suoi incauti custodi. Abbiamo poi la storia di Gianna Manzini e del padre anarchico che ha insegnato alla figlia la via della rettitudine civile, che è stato onorato da tutto il paese e che lei ha saputo seguire nel suo impegno di scrittrice. La penultima storia riguarda Antonia Pozzi, la giovane poetessa milanese, morta suicida a 26 anni per la impossibilità di riconoscersi in un mondo razzista ed antidemocratico che sembrava vincente alla fine degli anni trenta. La chiusura riguarda la figura anonima di una prostituta, immigrata clandestinamente nel nostro paese, una carcerata che ricostruisce la sua vita di ragazza sfruttata, di giovane donna senza giovinezza. Una figura che riassume tutte le brutture e le persecuzioni di cui hanno sofferto e soffrono le donne di tutto il mondo, specie quelle che si illudono che la felicità stia sempre oltre frontiera, che sia dietro lo schermo delle televisioni, mentre invece, varcata la soglia fatale, piombano loro addosso le catene di una clandestinità che diventano macigni e distruggono il mito che le ha spinte a certe scelte.

Di tutti questi profili mi pare che i più incisivi siano gli ultimi tre, nei quali la scrittura è densa di significati. Mentre nei primi la vivacità, la spontaneità ed il colori dell’entusiasmo femminile la fanno da padroni, negli ultimi la convinzione dell’autrice, sempre attenta a cogliere il respiro femminile, si concentra sui temi generali come l’antifascismo e la giustizia sociale, la solidarietà e la partecipazione alle sofferenze dei reietti. Qui il ritmo è più serrato, più partecipato, privo di indulgenze per la giocosità malinconica degli altri profili, dove la narrazione è più legata a temi intellettuali, personali, introspettivi, intimisti, con sentiti momenti di delicatezza, i quali, però, non approdano alla concretezza pesante della condizione femminile, alla consapevolezza che senza l’antifascismo, il rispetto delle regole democratiche, il senso della giustizia per tutti, neppure le istanze femminili trovano spazio in questa società.

La tecnica narrativa è intrigante perché non vi è un solo io narrante, ma un coro di persone e di animali. Se per Medea Colleoni il suo cardellino, che vive e muore con lei, parla degli ultimi giorni di vita della fanciulla e descrive i volti ansiosi dei genitori; per Virginia Woolf  è lei stessa che si racconta, che si apre al lettore con le sue idiosincrasie e le sue ambizioni, con la sua volontà di chiudersi in un mondo tutto suo per sfuggire alle attenzioni del marito; per Dolores Prato è la stessa Adriana Lorenzi che, parlando del suo pellegrinaggio a Treia, ci guida attraverso il paese sulle tracce di questa scrittrice atipica; per Emily Dickinson è il suo cane che parla delle sue delusioni e delle sue aspirazioni; per Azzurrina di Montebello è lei stessa che, seguendo un gruppo di visitatori del castello natio, racconta la sua storia e la sua disavventura; per Gianna Manzini è una amica che le scrive rievocando memorie comuni dell’infanzia e ricordando la figura del padre; per Antonia Pozzi è la madre che parla della figlia con i suoi problemi di sensibilità politica ed umana; ed infine è la stessa donna carcerata a farci conoscere la realtà di una vita decollata sulle ali di legittime ambizioni di una vita migliore e precipitata nel buio senza fine della delusione e di una giovinezza perduta per sempre.

Tutte queste voci rigorosamente femminili, che sembrano appartenere ad un gioco che mischia la realtà e la fantasia, formano un coro che non è provocatoriamente protestatario, ma vuole essere la descrizione di uno stato di inferiorità, variamente articolato e giustificato, che deve finire per sempre e per il quale si chiamano a raccolta tutte le donne volonterose e disponibili per una battaglia di emancipazione. Ecco, il messaggio che tutte queste situazioni diverse nel tempo e nelle situazioni vogliono lanciare è quello di non perdere nulla di quella sensibilità tipicamente femminile, ma di aggiungervi una condizione di vita più serena e partecipe ai grandi problemi della società.

Lo stile è ammiccante e ricco di colori, ma non leggero, perché gli aggettivi e le figure retoriche sono collocati in modo da conferire al discorso una seriosità, una riflessione meditata che richiedono attenzione, perché sembrano calibrati per il posto dove sono messe, conferendo alla narrazione, talvolta una serena vivacità, talaltra una gioiosa allegria, talaltra ancora una sorta di meditazione che conferisce all’opera una sua organica struttura, dando una solida compattezza al tutto, al di là dei tempi e dei modi in cui vengono espressi.

Nel complesso questa raccolta di brevi saggi si può definire un utile approccio a quella parte di vita femminile che non sempre viene evidenziata e che invece sarebbe opportuno rivisitare per una conoscenza approfondita di quella realtà.

di Gore VIDAL

GIULIANO

Fazi Editore – 2003

Recensione a cura di Luigi Cordioli 

 

In questo romanzo storico lo scrittore statunitense ci parla della vita dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano (331-363 e.v.) che regnò, ultimo discendente della terribile famiglia di Costantino I, dal 360 al 363.

Questa ricostruzione comprende, oltre la personalità di Giuliano, tutto il suo ambiente in un momento in cui il Cristianesimo, innalzato da Costantino I a religione di Stato, stava difendendo strenuamente, con la sua proverbiale puntualità e spietatezza, le posizioni di potere tenacemente perseguite e recentemente acquisite, senza il minimo scrupolo sulla legittimità della propria azione o sulla moralità dell’operato imperiale.

Singolare è la riscrittura storica operata dai Cristiani della figura di questo imperatore definito “l’apostata”, cioè con un aggettivo che nulla ha a che fare con il suo operato civile, politico e storico e che si riferisce ad un aspetto della sua politica, tesa a ripristinare le tradizioni religiose elleniche dopo gli anni giovanili di terrore passati alla corte degli imperatori cristiani. Per cui la definizione di apostata è imprecisa in quanto il Cristianesimo gli è stato imposto dalla famiglia e da lui sopportato in cambio della vita. Per cui l’imperatore Flavio Claudio Giuliano è così definito, mentre Paolo di Tarso, che è stato un vero apostata, cioè un traditore delle tradizioni famigliari che aveva sempre difeso per passare armi e bagagli dall’altra parte, è stato fatto “santo”. Così come lo stesso Costantino I, definito “il Grande” mentre avrebbe dovuto essere chiamato almeno “il crudele”. Ma questa è la storia riscritta dei Cristiani, i quali hanno applicato l’universale detto di Brenno “Guai ai vinti!”.

Il romanzo si sviluppa partendo dal ricordo che alcuni amici filosofi hanno dell’imperatore e che viene integrato con il testo di presunte cronache e di diari lasciati da Giuliano e fortunosamente scampati alla epurazione cristiana. Rievocando questi ricordi ed interpretando questi scritti essi fanno rivivere la sua infanzia e la sua giovinezza, vissuta sotto il controllo minaccioso delle guardie imperiali che controllavano ogni suo movimento, che spiavano ogni suo comportamento e che traducevano il tutto in messaggi da inviare all’imperatore,: in questo clima viene a formarsi una personalità che di fronte alla prepotenza di questi parenti regali cerca rifugio e si forma nella filosofia, nello studio dei classici, classici che non potevano essere cristiani, ma solo quelli dell’antichità ellenica, della filosofia della tolleranza, della gioia di vivere e della serenità di fronte ai problemi del mondo, dell’uomo che si sente in sintonia con la natura e che non è succube di lugubri sogni di resurrezione in un mondo per nulla definito. Viene a formarsi nel giovane Giuliano una cultura della vita in questo mondo, in contrapposizione a quella della sua rinuncia per un mondo virtuale di là da venire. E la filosofia lo aiuta a sopravvivere ed a superare i momenti di terrore quando riceve inviti dallo zio Costanzo e sente il filo della vita assottigliarsi, temendo di essere ucciso ed invece le motivazioni sono altre: il pericolo è scampato ma l’incubo resta. E questa brutalità unita al fanatismo cristiano lo allontaneranno sempre più da un mondo che scopre infido, crudele, avido di potere e lo salderanno definitivamente alla cultura ellenica, per cui cercherà di dare anche alle altre religioni quella libertà di culto che era stata loro negata da Costantino I a favore dei Cristiani.

Diventato imperatore avrà solo tre anni di vita per attuare le sue idee, anche se comincerà presto a fare capire ai vescovi cristiani, ormai abituati a disporre di un potere prevaricatore, che la sua scelta religiosa è per l’ellenismo, per la sacralità della tradizione classica. In queste sue manifestazioni non mancheranno eccessive esteriorità od ingenuità (secondo noi) sotto il profilo dei sacrifici e dei misteri religiosi: le quali, tuttavia, non daranno luogo ad epurazioni sanguinose come invece farà il fanatismo cristiano.

All’interno di questa sua cultura ellenica vi stanno anche i miti civili degli eroi, in specie quello di Alessandro Magno, che lo spingerà ad una spedizione militare che si rivelerà disastrosa e che lo porterà a morire colpito da una lancia, non si sa se scagliata da soldati cristiani del suo esercito che sentivano il bisogno di fermarlo per sempre o da persiani nel fuoco dello scontro all’arma bianca?

Il fatto è che dopo di lui il Cristianesimo tornerà in auge e completerà la sua vittoria con l’Editto di Teodosio alcuni decenni dopo.

La figura che emerge di questo imperatore ingiustamente calunniato dalla storia cristiana (ma dove sono gli storici laici?) è quella di un uomo di grande cultura e sensibilità, con le sue luci e le sua ombre, con le sue illusioni, con i suoi slanci mistici. Tuttavia, proprio per la sua ingenuità, anche considerando il diverso contesto storico, Flavio Claudio Giuliano si colloca al di sotto dell’altro grande imperatore filosofo, quel Marco Aurelio che aveva sviluppato una ricerca interiore, più attenta ai problemi dell’uomo che alla espansione dell’impero ed alla adorazione di un culto ellenistico un po’ sorpassato, probabilmente non in grado di dare risposte ai nuovi problemi sociali che si sarebbero dovuti affrontare.

Naturalmente lo spessore dell’opera è molto più ampio di queste poche righe, così come i dibattito che Giuliano tiene con il suo entourage di filosofi. Quello che resta alla fine della lettura è che il periodo considerato può essere considerato come l’ultimo tentativo del mondo ellenistico di resistere all’invadenza cristiana, un periodo nel quale i giochi non erano fatti, al di là della retorica cristiana, e nel quale la perfidia bizantina non ha mancato di giocare un ruolo importante grazie alle pressioni che era in grado di esercitare su un impero sempre più debole, logorato al suo interno da crisi economiche, da aggressioni barbariche, da una politica di adulazione e di minaccia nei confronti di ceti impauriti.

La lettura, scorrevole e lineare, nel complesso piacevole, ci aiuta a conoscere un periodo storico drammatico per l’impero romano e per la libertà di culto, nel quale molte pagine di storia sono andate perdute ed altre riscritte.

 

                                                       

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