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Letti per Voi: Recensioni
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di Aleksandar HEMON IL PROGETTO LAZARUS Einaudi, 2010 Aleksandar HEMON è un giovane scrittore che vive la strana condizione di bosniaco, che ha interiorizzato con reminiscenze ebraiche, che si è trapiantato quasi forzatamente negli Stati Uniti per lo scoppio della secessione jugoslava, e che scrive in inglese con ottimi risultati. Il suo romanzo si svolge lungo tre direttrici, quella della ricerca su un oscuro assassinio di un giovane immigrato ebreo dell’Europa Centrale, Lazarus Averbuch, avvenuto a Chicago nel 1908 da parte della polizia, quella della vita americana di Vladimir Brik, giovane serbo emigrato da Sarajevo negli Usa prima che avvenisse la feroce spartizione della Jugoslavia, e quella del suo ritorno nell’inferno balcanico alla ricerca delle sue radici e di quelle di Lazarus al fine di scriverne la terribile storia. Le peripezie di Brik riassumono le vicende dell’emigrazione di quell’insieme di popoli e di religioni che fu la ex Jugoslavia negli ultimi decenni del XX secolo, che si riallaccia per alcuni versi a quella ben più terribile degli ebrei nei primi anni del XIX secolo nell’Europa Centrale e negli U.S.A. di cui Lazarus fu una vittima sacrificale. Vicende fatte di violenza, di prepotenza, di razzismo e di xenofobia, dove all’inizio del secolo i diritti dei nuovi arrivati semplicemente non esistevano ed ora, cento anni dopo, sono timidamente affermati, sempre però in una cornice di subalternità e sopportazione, come hanno già descritto alcuni scrittori coevi statunitensi (Lewis, Dreiser) ed alcuni scrittori contemporanei (Gianini Belotti, Mazzucco). Anche il bosniaco Brik ha cercato di rifarsi qui in America una nuova vita, trovando una compagna di buon ceto, con la quale mette su famiglia, nonostante la difficoltà a stabilire un rapporto di sintonia, mentre emerge con il passare del tempo e con la difficoltà a trovare un lavoro soddisfacente una insofferenza verso quella terra promessa che non si rivela alla altezza delle sue aspettative. Nella ricerca di un lavoro di scrittore gli viene tra le mani l’assassinio oscuro di Lazarus Averbuch da parte della polizia, disperato per le condizioni di vita in cui gli tocca vivere che viene ammazzato nella abitazione del capo della polizia di Chicago, dove il giovane si era recato per consegnargli un biglietto o una bomba? O un avvertimento? Nulla si sa di preciso. Era un attentato o un mero incidente? Subito la stampa e l’opinione pubblica si schiera con la polizia, sia per disinformazione e sia per la campagna antianarchica che viene scatenata e per la caccia alle streghe che non risparmia nessuno. Lazarus era un anarchico o solo un giovane in cerca di migliorare le sue condizioni di vita? Voleva ammazzare il capo della polizia o voleva avvertirlo di qualcosa? Tutto è messo in secondo piano in funzione del ristabilimento dell’ordine: nessuna ricerca, nessuna indagine viene avviata, solo una caccia al presunto attentatore ed ai presunti suoi compici per ristabilire l’ordine perduto. La pressione della propaganda è tale che persino gli ebrei integrati, quelli per bene, quelli dei piani alti, convincono, dopo molti tentativi e con un compromesso, la sorella di Brik a collaborare per il bene di tutti, anche degli ebrei, a combattere gli anarchici: lei, la vittima, viene convinta a collaborare per tranquillizzare l’opinione pubblica per uscire dal terribile isolamento in cui è stata cacciata dalle circostanze. E’ giusto che, per evitare possibili linciaggi o pogrom la giustizia debba essere messa da parte? Brutti tempi per gli anarchici, ma soprattutto per tutti i poveri, per coloro che sono vessati in quanto stranieri, in quanto ebrei, in quanto portatori di un pensiero diverso da quello tradizionale: e questi brutti tempi non sono ancora finiti! Per cercare di capire chi era Lazarus, Brik ritorna in Europa, sulla sue tracce, rientra nel proprio ambiente, dove risente l’aria di casa, l’aria della vita randagia e piena di storie con il suo amico d’infanzia Rora, un imbroglione dominatore del proprio ambiente, che però sa cavarsela in tutte le occasioni, un personaggio a metà fra il picaro, il mariuolo, il ladro ed il benefattore. Si apre così uno squarcio di vita balcanica, dove persistono tracce del nomadismo culturale, del labile senso etico e sociale, della provvisorietà della vita che logora la morale e l’esistenza. Tuttavia il ritrovare l’amico, il viaggiare con lui, il ricordare la vita passata sviluppa nell’animo di Brik un senso di profonda rottura con la vita americana ed un sentimento di identità con la sua terra che gli dà la forza di rompere con il passato recente e di ristabilirsi in quelle terre avite, dove ritrova forme di criminalità primitive nella quale riconosce il passato spavaldo e doloroso della sua terra. La scrittura è vivace e scorrevole, dove i toni sarcastici si alternano a quelli picareschi ed i dialoghi sono sempre coloriti e spesso ironici; dove si intrecciano discorsi diretti ed indiretti, pensieri che rispondono alle domande, silenzi e sogni che riflettono angosce e speranze. La tecnica usata è quella di intrecciare i tre momenti in fasi che si mischiano tra loro, unendo così il passato remoto, quello prossimo ed il presente in un grumo di sentimenti spesso in conflitto, ma che riposano tutti sull’ansia di sapere e sul desiderio di trovare un equilibrio di vita soddisfacente. Giugno 2010 Luigi CORDIOLI luigi.cordioli@alice.it
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di Vito MANCUSO LA VITA AUTENTICA RaffaelloCortina Editore, 2009L’autore è un teologo che insegna all’università S.Raffaele di Milano e si sta distinguendo in questi anni per la ricerca di una etica meno clericale nel vivere l’esperienza religiosa. Questa sua opera vuole essere un tentativo di approccio razionale e non dogmatico ai problemi della vita umana, cercando di definire le caratteristiche fondamentali che dovrebbero contribuire alla costruzione di una vita autentica. L’approccio al tema è di tipo razionale, fondato sui fatti incontrovertibili, per cui l’autore giustamente comincia con l’individuare le aporie o le diverse letture della realtà, gli aspetti dialettici della realtà, così come sono definiti dalla natura o descritti nei testi sacri: cioè comincia con il dire che non vi sono verità "a prescindere", ma verità relative, valide secondo il metodo di approccio e non per il valore in sé. L’unica verità sono le cose nella loro realtà, che non si possono discutere, si possono solo interpretare: da qui le aporie. I temi sono svolti in modo accattivante, persino affascinante in certi passaggi, per cui sembra che alla fine la razionalità debba prevalere. Invece alla fine scopriamo che tutti i ragionamenti affondano le loro radici nell’irrazionalità, nella scelta a priori, in quel lato oscuro dell’uomo che la ragione tenta di rischiarare entrando però in conflitto con il sentimento e la passione. Prendiamo per il esempio il discorso che l’autore fa attorno alla verità quando cita il caso del bambino interrogato dal maestro sul problema se il padre si ubriachi oppure no: qui egli si scontra con due aspetti contrastanti della verità e cioè quello della conoscenza dei fatti e quello del recupero psicologico del bambino che mente sul comportamento del padre. Ed il dilemma rimane insoluto: l’autore lancia lo spunto, ma poi resta a mezz’aria. Prendiamo il caso della contrapposizione fra determinismo ed il principio di libertà: anche qui la minuziosità del ragionamento non approda ad una sua conclusione, con il risultato di avere sviluppato un bel tema senza però arrivare ad alcuna conclusione. Prendiamo il caso della speranza, che l’autore la ritiene un elemento fondante della vita autentica: ebbene, questa speranza, afferma, non si "deve" realizzare perché allora diventa dottrina, ortodossia e quindi negazione della vita stessa, per cui l’uomo deve continuamente vivere un una specie di tensione per essere uomo vero. Naturalmente rispondere positivamente a queste problematiche non è certamente facile e forse non è neppure possibile se consideriamo la relatività di ogni ragionamento o di ogni conclusione teorica. Il rischio di queste considerazioni è quello di rinchiudersi in una valutazione della vita fondamentalmente metafisica, lontana le mille miglia dal concetto che ci ha consegnato l’età classica, dove l’uomo ha bisogno di un contatto costante con la realtà per realizzare la "vita beata", dove le passioni devono essere bandite per vivere in armonia con la natura e con la società, dove la vita autentica non deve essere un pacco da consegnare ad una qualsiasi divinità per ottenere chissà che cosa dopo la morte, ma un valore in sé, un imperativo categorico. Sembra di poter affermare, alla luce di questi ragionamenti, che lo sbriciolamento dei concetti classici, dove l’uomo e la natura erano un unicum e la vita un fenomeno relativo, abbia prodotto una tensione escatologica nuova, "altra", che, lungi dal portare alla "tranquillità dell’animo", abbia prodotto una frenesia, una ricerca di assoluto che alla fine è poi approdata, nel secolo scorso, ad un relativismo scientifico ed indiscutibile. Naturalmente queste osservazioni ed altre non devono scalfire lo sforzo fatto dall’autore per chiarire degli aspetti che sino ad ora non hanno trovato soluzioni decisive e che devono godere del medesimo rispetto di altre. Lo sviluppo degli argomenti non è privo di una sua bellezza e di un suo fascino che alcune volte sembrano avvicinare la soluzione, sia per la varietà degli argomenti messi in campo e sia per gli autori chiamati in causa, anche se l’uso eccessivo, a mio parere, di citazioni evangeliche ha tolto quel carattere potenziale di laicità e di universalità alle argomentazioni. Cioè questo scritto potrebbe avere un valore maggiore se fosse spogliato di molti riferimenti evangelici, i quali, come è noto, sono testi che dicono tutto ed il contrario di tutto e che laddove sembrano dire cose interessanti, sono in realtà solo ripetizioni di quanto già detto prima da fonti molto più autorevoli e con maggiore chiarezza. Allora i ragionamenti sviluppati dall’autore potrebbero avere una validità maggiore in quanto puro sforzo intellettuale che contiene una sua validità interiore autonoma e non supportata da riferimenti poco significativi. Così come non mancano alcune analisi reticenti sullo stoicismo o poco chiare sulla guerra giusta o sulle neuroscienze o su alcune figure storiche, come ad esempio quella di Ponzio Pilato, mentre al contrario è bene definita quella di Heidegger. In conclusione per l’autore la vita autentica è quella basata sulla verità, sulla coerenza, sul bene e sulla giustizia, sul vivere per qualche cosa che è più grande di te. E fin qui il ragionamento è pienamente condivisibile ed in grado di unire gli uomini nella misura in cui questo "qualcosa di grande" è un obiettivo reale e concreto. Ma se esso è un miraggio o una speranza di carattere ultraterreno, allora è difficile coniugare l’irrazionale (la fede) con un metodo di vita che tenta di utilizzare fondamentalmente la ragione. In ogni caso questo testo rappresenta un tentativo interessante di esplorare le varie verità al di fuori di ogni pregiudizio e merita una ampia considerazione. Giugno 2010 Luigi CORDIOLI luigi.cordioli@alice.it
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di Tiziano SCARPA
STABAT MATER Einaudi, 2009 Recensione a cura di Luigi Cordioli
Dal
settecento veneziano viene fuori questa storia verosimile di un’anima in
pena che si trova collocata in un ambiente inaccessibile al mondo
esterno, nel quale le passioni ed i desideri dormono sotto la coltre di
una routine meticolosa e rigida, per esplodere dopo una lunga
incubazione in una ribellione spontanea e violenta o per assopirsi per
sempre all’interno di una quotidianità accettata e subita, di cui si
diventa, sovente, i custodi gelosi dell’ortodossia comportamentale. |
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di Riccardo RUGGERI
“La portineria, le stanze
del potere, l’espulsione, l’imprenditore che cavalca la Grande Crisi:
traiettoria di un uomo di successo” è il lungo sottotitolo che prova a
sintetizzare la mirabolante storia professionale di Riccardo Ruggeri, ex
operaio e top manager Fiat, autore dell’autobiografico “Una storia
operaia” per Brioschi Editore.
Fabrizio Buratto
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di Serge LATOUCHE Lo stile è semplice, adatto per una divulgazione scientifica che si propone di portare a conoscenza di tutti cosa sta accadendo, dove probabilmente andremo a finire se non si interviene una nuova politica culturale ed economica planetaria, e come si potrebbe intervenire per bloccare prima e sconfiggere poi la deriva entropica che sta minacciando la vita sulla terra. Il saggio si apre con una disanima di quanto avviene nel mondo occidentale, dove il consumo inutile di energia e di materie prime, il produttivismo senza principi etici del sistema economico hanno portato alla imposizioni di un modello culturale ed economico unico, cinico e vuoto di contenuti etici e solidaristici. La pubblicità diffusa e martellante, che fa il secondo fatturato mondiale dopo quello delle armi, che propone sempre nuovi stimoli al consumo; il credito agevolato per questo fine che ha permesso a milioni di persone di spendere più di quanto consentano le proprie possibilità; le tecniche produttive che hanno coltivato e reso “modermo” il concetto dell’usa e getta e fatto abbandonare la buona prassi della riparazione: tutti questi strumenti hanno creato una coltura dell’appagamento nel mondo occidentale in stridente contrasto con la povertà del resto dell’umanità, che spinge a dimenticare la solidarietà, che ha inquinato tutto il mondo, che ha sperperato le risorse del pianeta ed infine che ha accentuato le disuguaglianze sociali fra le varie nazioni e fra le varie regioni al loro interno. In questo che è stato contrabbandato come il migliore dei mondi possibile, dopo anni di produttivismo, dove le recessioni sono state abilmente mascherate dai “persuasori occulti” all’insegna dell’ottimismo e dell’edonismo reganiani, è scoppiata una crisi finanziaria di inimmaginabili proporzioni, come è inimmaginabile la sete di guadagno facile, la quale ha travolto anche la produzione industriale con una catena di conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Così l’ottimismo, tipico del modo di produzione capitalistico, si è tradotto in una ricerca affannosa di aiuti da parte del tanto “odiato” Stato, al quale le classi ricche della società si rifiutano pervicacemente di pagare le tasse in nome del “merito” e del “mercato”. L’autore, dopo avere citato i disastri ecologici contenuti in milioni di piccoli atti senza ragione o in grandi discariche a cielo aperto, dopo avere posto il problema della limitatezza delle risorse, di tutte le risorse, perfino dell’acqua, dopo avere messo sotto accusa il produttivismo insensato finalizzato solo all’arricchimento di pochi ed alla illusione di stare bene di molti, prova ad individuare delle soluzioni. Ed in questo ambito si rende conto che il problema di fuoruscita da questa società non è facile, né di agevole soluzione, né comprensibile da parte di masse che hanno da poco (trenta, quaranta, cinquanta anni?) raggiunto questa specie di benessere ed ora avvertono, alcuni in modo incosciente, altri lucidamente, che qualche cosa è cambiato, che un modo di vivere e di concepire il rapporto con la natura probabilmente deve essere rivisto, che nuovi soggetti spingono alle nostre porte, che la ricreazione sta finendo, per cui bisogna affrontare una sfida per la quale siamo impreparati, ma che non possiamo evitare di affrontare. Così vengono individuati alcuni temi attorno ai quali lavorare, quali quello del rilancio dell’agricoltura, del localismo produttivo, della necessità di fare cessare che un martello venduto in Germania sia fatto con un manico di legno jugoslavo, con la parte metallica preparata in Polonia, il tutto assemblato in un’altra parte del mondo ed infine riconsegnato alla Germania per la commercializzazione; lo stesso dicasi con la frutta esotica che fa il giro del mondo per arrivare sul tavolo dei consumatori occidentali. E’ necessario abituarsi al consumo dei prodotti locali secondo le stagioni. Bisogna pensare a ridurre l’uso dei combustibili utilizzando altri mezzi di trasporto, adottando altri stili di vita. Bisogna sviluppare la ricerca energetica, senza pensare che possa risolvere tutti i problemi, perché il cuore del “problema” non sta solo nella quantità di risorse disponibili e della loro riproducibilità naturale, ma soprattutto sta in un cambiamento culturale, direi mentale. Si dovranno creare nuovi posti di lavoro in settori di attività “verde”, imporre nuove imposte ecologiche (che inquina, paga – chi danneggia la natura paga – ecc.), rilocalizzare le aziende in modo da evitare al massimo i costi ed i consumi di trasposto. In pratica l’autore offre una svariata gamma di temi sui quali riflettere al fine di creare un movimento che riesca a bloccare lo strapotere delle multinazionali ed a costruire organismi di controllo planetari sotto il controllo dell’ONU o di organismi in grado di intervenire e sanzionare i comportamenti devianti. E’ naturale che l’uomo si senta spaesato di fronte a questa emergenza, non solo perché non è preparato, ma perché nella storia non è mai accaduto che non abbia saputo porre rimedio a delle difficoltà, per cui gli riesce difficile pensare che si trovi di fronte ad una sconfitta storica: purtroppo non si può continuare ad avere una impronta ecologica che richiede il fabbisogno annuo di quanto prodotto da quasi due pianeti, come da alcuni anni stiamo facendo. Questo breve saggio è una utile guida non al catastrofismo, ma ad una analisi della condizione del mondo oggi e di come si può cercare di salvarlo e salvare con lui i valori di solidarietà e giustizia sociale. Novembre 2009 Luigi CORDIOLI luigi.cordioli@alice.it
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di Josè SARAMAGO
IL VIAGGIO
DELL’ELEFANTE
Luigi CORDIOLI
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di Lodovico Acerbis QUATTRO SQUINTERNATI E UNA NUVOLA BIANCA Manni 2009
L’autore racconta di un viaggio di cinque
amici, quattro “squinternati”, più uno ancora più “squinternato”,
attraverso il Nepal ed il Tibet attirati da quella realtà culturale e
religiosa che trasforma il loro tour, impostato inizialmente sul fascino
delle alte vette himalayane, da vacanza turistica in un viaggio di
iniziazione ai misteri della filosofia orientale, specie quella induista
e buddista.
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di Paolo ARESIHO
PEDALATO FINO ALLE STELLE Mursia – 2008 Recensione a cura di Luigi Cordioli In questo ultimo romanzo di Paolo ARESI, lo svolgimento dei fatti
è avvolto da tutta la passione che l’autore nutre per la bicicletta,
per la libertà che essa dona ai volonterosi che sfidano i rischi delle
nostre strade, per la bellezza dei paesaggi che solo questo mezzo di
locomozione ti consente di vedere. La bicicletta è il galeotto strumento
che nel romanzo porta alla luce le pieghe ambigue di una vita accettata e
sofferta, che consente di recuperare brandelli di emozioni giovanili, che
permette il ritorno spontaneo, come una visita sacrale ed interiore, ai
luoghi natii, a quel calore dal quale Marcella, la protagonista, una
insegnante in età matura che lavora in una scuola del Nord Italia, si era
allontanata in cerca di lavoro ed ora ritrova con un tuffo al cuore. La vicenda si svolge su più livelli distinti, anche se frutto di
un unico disegno interiore: quello della presa di coscienza della crisi
del suo matrimonio, quello del recupero delle memorie famigliari e quello
dell’innocenza perduta dei ricordi amorosi giovanili. Il primo è quello della rivolta interiore da parte di Marcella
che si scopre vittima sacrificale di un tipo di vita nel quale non vede
ormai più affetto, soddisfazioni sentimentali, rispetto per il suo ruolo
e si rende conto di essere stata per molti anni sacrificata in funzioni
non solo umilianti, ma addirittura servili, sia nei confronti del marito,
Christian, che con il passare degli anni mostra una sempre più accentuata
indifferenza, sia nei confronti dei figli ormai cresciuti e dimentichi dei
sacrifici materni, sia nei confronti dei suoceri, che li vede come un
severi controllori delle sue azioni e custodi della tradizionale moralità
famigliare. In quel mese di agosto, in vacanza con la famiglia, Marcella
si assenta per alcune ore e nessuno se ne accorge o le chiede qualcosa,
tanto sono sicuri che non mancherà ai suoi doveri di moglie, madre e
nuora. Questa piccola mancanza di attenzione verso di lei da parte dei
famigliari è come una puntura su una ferita che andava aprendosi e che la
spinge a riflettere su quella vita vissuta ed a scoprire che la sua
esistenza coniugale era intessuta di dolore e di sopportazione. E qui
l’autore declina un tema non affatto estraneo alle coppie mature: ma
l’amore, che inizialmente aveva unito un uomo ed una donna, finisce a
tale punto con il passare degli anni, con l’insorgere della routine e
dell’assopimento dei sensi, da minare alla radice una storia che durava
da anni, che aveva dato vita ad una famiglia? E’ questo il destino dei
matrimoni, se la donna non vuole essere supina alle sopportazioni ed agli
affronti quoridiani? Aresi lascia in sospeso la risposta, nonostante il
comportamento di Marcella, che decide di concedersi una certa libertà e
di sganciarsi dalla famiglia, lasci intravedere una risposta cruda e
positiva. Ed in ogni caso il problema è posto e non può essere eluso. Il secondo livello è quello della ricerca del proprio passato,
della propria giovinezza, delle proprie radici e delle proprie illusioni
di ragazza. Così Marcella, repentinamente, un pomeriggio di questa sua
vacanza al mare, decide di fare una gita in bicicletta al golfo di
Baratti: la giornata è bella ed invitante e le persone che incontra le
sollecitano la volontà di evadere, di scoprire se esiste un altro mondo;
l’acqua del mare è invitante; il tempo passa ed è subito buio. Tornare
da dove era partita o buttarsi in un’altra direzione? Ricordi,
nostalgie, ricerca di nuovi stimoli la spingono all’avventura sportiva
di ritornare sui luoghi natii che da molti anni non visitava più, vista
l’opposizione sorda e sprezzante del marito verso i meridionali. L’avventura comincia lungo la discesa verso il sud e nel suo
viaggio Marcella incontra una varia umanità, unita dall’amore per la
bicicletta, e, fra questa, un gruppo di anziani ciclisti toscani, di cui
due trapiantati di fegato, che da sempre si danno appuntamento per la
giornaliera sgambata ciclistica e che le confidano le loro emozioni ed i
passaggi più terribili della loro esistenza, facendo nascere fra loro e
la donna un sentimento di simpatia e di rispetto. Poi la corsa riprende
per raggiungere il paese natio dove rivede le cugine ed i nipoti, ricorda
le liti dei genitori, rientra nel passato attraverso i visi dei nonni e
delle zie morte e soprattutto rivive le ansie del giovanile amore per
Simone, un giovanotto del posto di cui, giovanissima, si era invaghita,
tanto da pensare di raggiungerlo in Germania dove lavorava, nonostante
l’occhiuta opposizione della madre. Ed è su questo tema che il ricordo
diventa bruciante quando scopre che Simone è morto, ma soprattutto che
era un poco di buono, per cui il dolore dell’amore perduto si somma alla
scoperta che era un amore malsano, che il sentimento che coltivava nel
profondo del suo cuore e della sua memoria era un sentimento malato che
probabilmente l’avrebbe ridotta, come la vedova di Simone, ad una vita
di stenti e che quindi la mancata realizzazione di quel sogno era stata
per lei una fortuna. Per cui alla ferita della scoperta della fine del suo
matrimonio si aggiunge quella di un ricordo non più puro, creando un
quadro di delusioni dove neppure i ricordi dell’adolescenza le possono
offrire conforto. Durante il soggiorno al paese natio telefona al marito
per tranquillizzarlo, per dirgli che ritornerà presto, forse spinta da un
senso del dovere verso la famiglia e dalla delusione per questo suo
giovanile amore ormai distrutto anche nel ricordo. Ma quando lo incontra,
inatteso, nel bar della cugina, dove era giunto per riportarla a casa,
sulla cenere dei lontani ricordi rinasce in Marcella il tormento di una
vita, che si avvia ad una comunione senza amore, ed un sentimento
spontaneo di ribellione, per cui prende a schiaffi il marito e se ne esce
all’aperto e, forse, in quel momento decide di uscire anche dalla vita
di Christian, del quale ormai vede sempre più il rigido paternalismo ed
il freddo perbenismo. Dopo di che riprende la sua bicicletta e da sola ritorna
indietro, passando a trovare i tranquilli ed umani amici toscani che aveva
incontrato all’andata. Verso quale scelta di vita non è dato saperlo.
Ma è certo che le scoperte che ha fatto in quella estate l’hanno
cambiata profondamente: il suo matrimonio si è consumato ed suoi ricordi
si sono frantumati, resta solo il futuro come speranza e Marcella accetta
con coraggio le scelte che le sono imposte dalle nuove consapevolezze. Romanzo ben intrecciato fra una visione generale e critica dei
rapporti maturi di coppia e la ricerca di un aiuto nei ricordi per
affrontare i problemi, quasi una discesa agli Inferi alla ricerca delle
proprie radici, ricerca che rivelerà altro dolore, sia per un tempo che
non tornerà più e sia per un mito andato distrutto, ma che la spingerà
comunque a navigare nel mare aperto delle incertezze di una nuova vita. Lo stile è scorrevole, forse più nella prima parte, dove
l’esperienza ciclistica dell’autore si fa sentire, dove lo scorrere
dei paesaggi e gli incontri sembrano più fluidi, che la seconda, dove i
tormenti della famiglia di Marcella, la sua infatuazione ed i contrasti
con la madre mostrano uno sviluppo più meditato e meno immediato. I
dialoghi sono sobri e colgono con serenità l’ombra della malinconia per
un passato che non c’è più. In definitiva una lettura piacevole che narra di una vicenda
aperta e comune a molte coppie mature e che ci parla del dolore per
acquisire una propria autonomia quando si è privati delle abitudini del
passato recente e dei ricordi giovanili, ma anche di una volontà di
riprendersi quello che resta della propria vita per cominciarne una nuova.
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di Tiziano SCARPA
STABAT MATER Einaudi, 2009 Recensione a cura di Luigi Cordioli
Dal
settecento veneziano viene fuori questa storia verosimile di un’anima in
pena che si trova collocata in un ambiente inaccessibile al mondo
esterno, nel quale le passioni ed i desideri dormono sotto la coltre di
una routine meticolosa e rigida, per esplodere dopo una lunga
incubazione in una ribellione spontanea e violenta o per assopirsi per
sempre all’interno di una quotidianità accettata e subita, di cui si
diventa, sovente, i custodi gelosi dell’ortodossia comportamentale. |