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Letti per Voi: Recensioni

 

LA SETTA DEGLI ANGELI di Andrea CAMILLERI Sellerio, 2011

Ennesima storia siciliana narrata dal prolifico Camilleri che si dimostra sempre più una miniera di notizie storiche sulla sua terra avita, dove mafia, politica, costumi, credenze, ingenuità e comportamenti battaglieri si intrecciano, dando luogo a situazioni drammatiche ed amare, mascherate dalla veste pittoresca ricamata dall’autore. In questo caso Camilleri ci conduce lungo un sentiero pieno di sorprese partendo da una semplice assemblea di un circolo di nobili e di ricchi borghesi di un paese siciliano, svoltasi in data imprecisata, ma verosimilmente ai primi del XX° secolo. L’oggetto di questa riunione è l’eventuale ammissione a socio di un avvocato-giornalista massone, bastian contrario in odore di socialismo. Naturalmente la votazione viene rimandata per i vari cavilli sollevati dai presenti e per le rivalità personali. Rivalità e curiosità che inducono un socio a chiedere come stava di salute un altro socio che era assente alla discussione. Da questa curiosità scaturiscono una serie di qui pro quo che mettono in subbuglio il paese e che costringono le autorità ad intervenire pesantemente con dei rinforzi militari. Calmatesi le acque il comandante dei carabinieri, un piemontese, conduce l’inchiesta sulle responsabilità del tumulto che era scoppiato in paese e si dipana così la matassa delle varie personalità. Emerge dal tutto una strana coincidenza che coinvolge in modo scabroso alcune giovani donne di diversa estrazione sociale e costringe le rispettive famiglie ad assumere un atteggiamento di copertura che, tuttavia, grazie all’attivo intervento dell’avvocato-giornalista suddetto ed ai modi corretti, ma spicci del militare piemontese, non riesce a nascondere lo scandalo che esplode ed elettrizza tutto il paese, anche perché i vari tentativi di fare intervenire autorità superiori (prefetto, vescovo, onorevoli) non sortiscono i risultati sperati. Alla fine trionfano l’avvocato-giornalista ed il comandante dei carabinieri, ma la coltre della cultura reazionaria riesce a smorzare i toni della vittoria ed a riprendersi, piano piano, la rivincita grazie ai maneggi dei notabili, agli accomodamenti vari ed alla complicità subalterna dei poveri. Il militare piemontese viene elogiato per l’ottimo lavoro e per premio viene trasferito ad un altro e più importante incarico, quello di comandante della piazza di Alessandria: promoveatur ut amoveatur. Il sindaco del paese propone che l’avvocato-giornalista venga insignito di una onorificenza comunale per il suo brillante comportamento, così come il presidente del circolo di cui si è parlato all’inizio propone che sia accolto fra i soci. Al momento delle votazioni, fra cavilli, false accuse, precisazioni statutarie, i membri delle due assemblee prendono le distanze dalle proposte avanzate, che vengono pertanto abbandonate. I clienti dell’avvocato-giornalista gli tolgono il mandato e l’Ordine degli avvocati lo espelle per abuso di potere, per cui rimane senza lavoro; mentre la pubblicazione del giornale viene sospesa a tempo indeterminato per una violazione formale fondamentalmente pretestuosa. Dei giovani che erano rimasti vittima degli imbrogli e delle macchinazioni attuate dai nobili vengono allettati da proposte per loro irrinunciabili, per cui i fatti e le responsabilità hanno assunto un aspetto meno grave..

Una sera uno sparo sfiorò il naso dell’ex avvocato-giornalista: avvertimento? attentato mancato? invito ad andarsene? Di fatto egli raccolse, con rammarico e rassegnazione l’invito di un suo fratello emigrato negli USA a raggiungerlo per svolgere una attività in comune ed abbandonò l’Italia ed il suo paese. Storia amara scritta con umorismo talvolta travolgente, sviluppata con il ritmo costante della sorpresa, come se a teatro venisse continuamente cambiata la scena: in realtà si trattava sempre della stessa scena, vista da angolature diverse. E la scena era quella dell’Italia di sempre: codina, prepotente, tendenzialmente corrotta, come diceva P.P.Pasolini, e ingabbiata dai vari legami parentali, da adesioni culturali, come ha scritto C.Pavese, immersa nel silenzio della propria pochezza o nel canto sguaiato della propria passionalità superficiale.

Gennaio 2011 Luigi CORDIOLI luigi.cordioli@alice.it

MR. GWYN di Alessandro BARICCO Feltrinelli, 2011
Baricco ci racconta di uno scrittore quarantenne di successo, scapolo impenitente, Jasper Gwyn, che si è stancato della sua professione e decide di cambiare vita e attività. Ma cosa può fare uno scrittore se non descrivere situazioni, narrare vicende, cercare nuove tecniche narrative, mantenere la credibilità del rapporto che riesce a creare con i suoi personaggi? Non è facile inventare un lavoro che non esiste, ma che dovrebbe essere la realizzazione di un cambiamento inedito del modo operare.
E Baricco, non nuovo a tentativi arditi e certamente pieni di novità, guida il suo mister Gwyn alla ricerca di qualche cosa che non esiste, ma che, a suo avviso, attende di essere individuato e reso operativo.
Così mr. Gwyn, dopo una lunga pausa di riflessione, decide di dedicarsi ai ritratti delle persone dopo averne parlato con le poche persone di sua conoscenza, dopo avere verificato la totale disapprovazione del suo più stretto amico, nonché autoproclamato agente pubblicitario, Tom Bruce Shepperd, e recependo l’incoraggiamento di una sconosciuta signora anziana che incontra sempre quando porta i suoi panni in lavanderia e con la quale scambia le solite banalità quotidiane. Ma non si tratta di ritratti tradizionali, bensì il frutto di una tecnica nuova che cerca di elaborare, per la quale non ci saranno colori e pennelli, ma solo luci, silenzi, spazi vuoti, odori, musiche moderne e soffuse che riproducono le fasi del tempo, la nudità del corpo e le sue libere posizioni, i suoni della natura. Durante il lavoro il contatto fra il soggetto e l’autore sarà molto limitato, così come sarà limitato il tempo del ritratto, il tempo del silenzio, il tempo delle luci che alla fine si spegneranno secondo un programma casuale, ma definito, il tempo della musica che si consumerà come le luci. In pratica dovrebbe trattarsi di un ritratto di sensazioni, di libertà, di silenzi, di colori immaginati e di poche righe scritte che dovrebbero spiegare le caratteristiche nelle quali il soggetto dovrebbe riconoscersi. Si tratterà, in sostanza, di un ritratto che non verrà esposto, ma resterà nel chiuso cassetto della scrivania come una reliquia, cioè un insieme di sensazioni provate, di musica sentita una volta sola, di posizioni fisiche assunte in piena libertà, di spazi goduti e subiti.
Individuata a grande linee la metodologia, mr. Gwin comincia a costruire l’ambiente dove operare. Ingaggia la giovane Rebecca, già segretaria del suo amico Tom, che conosce benissimo ed inizia la sua nuova attività. Rebecca è una giovane donna, travagliata da una vita incerta, accetta di buon grado il lavoro e si sottopone volentieri, attirata dalla novità del nuovo impiego, ad un primo esame pratico. Dopo di che entra nel suo ruolo e comincia a curare gli aspetti pubblicitari, a partire dagli avvisi sui giornali sino a selezionare, con degli appositi colloqui, le persone che si presentano per farsi fare questo strano ritratto, rispondere ai quesiti che si possono verificare durante lo svolgimento dei lavori e curare gli aspetti logistici. Ad opera conclusa Rebecca dovrà consegnare il ritratto al cliente, rispondere alle eventuali obiezioni ed incassare il pagamento concordato. Il rapporto con il cliente si svolgerà all’interno di questi estremi in modo professionale ed asettico. Dopo di ciò le persone non si incontreranno mai più.
Durante lo svolgimento del lavoro il cliente si presenterà ad un certo orario stabilito e nel laboratorio compirà in piena libertà tutte le azioni ed assumerà tutti gli atteggiamenti che riterrà opportuno senza alcun legame o relazione con mr. GWYN, che si guarderà bene dall’intervenire a dire alcunché: ognuno si muoverà liberamente negli spazi e fra le luci del laboratorio. L’autore, addirittura potrà anche non partecipare alle sedute, salvo essere sempre presente verso gli ultimi giorni quando con linguaggio tenero, ma franco e quasi ruvido, parlerà con il soggetto del ritratto delle sensazioni e dei sentimenti provati durante i lunghissimi silenzi della permanenza nel laboratorio per cercare di riviverli e riprodurli con un breve scritto.
Dopo i primi ritratti, dei quali i clienti si mostrano soddisfatti, l’attività di mr. Gwyn cessa improvvisamente a causa del comportamento di una giovane “capricciosa” che si era sottoposta alle modalità degli incontri e che non aveva resistito a quei ritmi così placidamente “d’altri tempi” per una ragazza prepotente e viziata. Questo scompigliò non solo la normale attività concordata, ma anche le sensibilità di Rebecca, incalzata e quasi insultata: a questo punto mr. Gwyn decise di scomparire del tutto dalla scena dopo avere terminato il lavoro e di cessare questa nuova attività.
Nel silenzio che improvvisamente era ritornato nella sua vita, Rebecca si chiese chi fosse veramente questo strano ex scrittore. Dopo lunghe ricerche, aiutata da amici studiosi di letteratura, scoprì che egli aveva scritto, sotto nomi di autori diversi, altri romanzi e, soprattutto, autori che erano morti e di cui si era trovato un manoscritto (falso) di un’opera inedita, che probabilmente era stata scritta da mr. Gwyn. Di fronte a questo risultato Rebecca rimase di sasso, ma questa scoperta la spinse a cambiare la sua vita, fin lì disordinata, ed a cercare di impostarla in modo più razionale.
Ma quale è stato il ruolo di mr. Gwyn nell’indurre Rebecca a cambiare vita? E, soprattutto, come interpretare questo romanzo (o ricerca)? Baricco non è nuovo a questi tentativi che somigliano a gallerie senza fine, dove il buio non finisce mai: come quello della nostra conoscenza? o come quello dei nostri tentativi di cambiamento che si scontrano sempre con degli imprevisti? o come quello della impossibilità di essere “altro da noi” o di ricostruirsi un futuro?
Anche se lo scritto non è di agevole lettura, ti conduce per mano in un labirinto di cui non riesci ad immaginare la fine. Pensiamo a “Totem” dove i colori, i suoni ed i testi dilatano solo la sensibilità e le emozioni. Pensiamo al suo film “Lezione 21”, splendido nella sua informalità, un elegante ghirigoro che ti restituisce la bellezza della musica e delle immagini, ma non va oltre le sensazioni. In questo romanzo, invece, il sentimento della limitatezza umana e la sua difficoltà ad essere riconosciuta è bene descritta, benché la forma non sia alla sua altezza.
Vale comunque la pena di seguire l’opera di questo autore poliedrico e, con alterni risultati, sempre originale..
Dicembre, 2011 Luigi CORDIOLI
luigi.cordioli@alice.it

FARM CITY, L'EDUCAZIONE DI UNA CONTADINA URBANA
di Novella CARPENTER
SLOW FOOD

«La mia fattoria si trova nel ghetto, in una strada senza uscita».
È l’incipit, intrigante, del racconto biografico di Novella Carpenter,
figlia di una coppia di figli dei fiori.
Benvenuti nel ghetto di Città Fantasma, nei bassifondi di Oakland,
California, dove Novella si è
trasferita col marito Bill.
Edifici scrostati, macchine scassate, mucchi d’immondizia accatastati lungo
le strade, economie sommerse
e appezzamenti incolti.
A popolarlo è un’umanità arruffata ed esplosiva – negozianti yemeniti,
graffitari, prostitute e spacciatori,
famiglie vietnamite, adolescenti afroamericani, palazzinari, monaci buddisti
e Pantere Nere, calciatori latinos,
senzatetto, un miscuglio di razze, culture ed esperienze, un insieme di
“aberrazioni” che, in qualche modo,
hanno trovato il modo di convivere.
Affascinata dall’idea dell’autosufficienza alimentare, Carpenter ottiene da
un appezzamento abbandonato,
infestato dalle erbacce e sepolto sotto le immondizie, prima un orto, poi
una vera e propria fattoria.
Non solo insalata e pomodori quindi, ma anche tacchini, oche, galline,
anitre, maiali.
Il libro è la divertente cronaca giorno per giorno – piena zeppa di
aneddoti, incontri, suggerimenti pratici,
spunti gastronomici – di come Carpenter riesce, con molta fatica e più di un
contrattempo, a realizzare
il sogno della sua vita.
Ma, su un altro piano, è anche una profonda riflessione su tutte quelle cose
che sacrifichiamo,
sempre di più oggi, sull’altare della fast life.

 


TUTTE LE FAMIGLIE FELICI
di Carlos FUENTES
Il Saggiatore

Questi racconti dello scrittore messicano Carlos Fuentes sono una rappresentazione della situazione economica, culturale e sociale della società messicana, sono una specie di paradigma di tutte le società centro-sudamericane e, al di là della forma e delle prassi istituzionali, nel profondo, forse anche di altre che si considerano più evolute.
Lo stile narrativo dei racconti è variegato perché passa da una tecnica espositiva a quadri, dove le riflessioni e le inquietudini di un personaggio fanno da contrappunto a quelle del corrispondente in una serie di dialoghi a distanza, che sono anche confessioni del proprio vissuto, i quali a poco a poco svelano l’intreccio e le evoluzioni della vicenda, ad una tecnica diretta, classica, quasi compassata, in terza persona, dove i fatti si alternano in modo semplice e lineare. In altri racconti il periodare, pure esso a quadri, è però un flusso interiore, dove i personaggi vivono la loro esperienza secondo una sequenza non voluta, ma articolata, seguendo ragionamenti autonomi, ma in sincronia con quelli degli altri. Non mancano episodi dove la regolarità dell’esposizione si mischia con monologhi attorno al tema centrale e con riflessioni squisitamente personali che, talvolta, richiedono molta attenzione nella lettura Vi sono pure racconti dove a lunghi periodi descrittivi seguono frasi brevi e nervose, come se il dialogo andasse a scatti sull’onda delle emozioni. Infine incontriamo una sequenza narrativa esposta in seconda persona, quasi un omaggio al brillante racconto d’esordio (Aura), alternata con dialoghi diretti che rendono movimentato il flusso narrativo. In pratica siamo di fronte ad una prova letteraria che utilizza diverse tecniche, punteggiate qua e là da richiami alla letteratura europea. E fra i racconti vi è tutta una serie di piccoli, terribili intermezzi, una specie di cartoline dall’inferno, che costituiscono una forma di séparé fra un racconto e l’altro od, in alternativa, rappresentano la cornice storica delle vicende narrate di quel paese, di quel sub-continente.
L’insieme dei personaggi descritti ci dà la fotografia di una società messicana torturata e logorata dalla presenza di ataviche e profonde ingiustizie sociali, mantenute dalla violenza brutale degli squadroni della morte o dalla politica repressiva dei governi, accettate animalescamente dal popolo minuto; esso è la rappresentazione di un popolo che non riesce a trovare la forza del riscatto civile, impantanato nei suoi miti e nei suoi riti ancestrali che gli hanno impedito di organizzare nel tempo una lotta di emancipazione o di imboccare la via dello sviluppo economico sbandierato dai “conquistadores vecchi e nuovi”, per cui alle vecchie credenze, alle ataviche radici, si sono sovrapposte quelle dei nuovi miti senza alcun miglioramento politico od economico, in un groviglio di contraddizioni senza fine.
Fuentes descrive una società messicana che è rimasta fondamentalmente agricola, passiva, nonostante i brevi ed intensi sussulti zapatisti o radicali, e che nelle vicende narrate non riflette l’assordante rumore costante della società consumista, le voci di protesta o di lotta sociale, ma solo un sentimento di abbandono, di accettazione, di ripiegamento, di disordinata ricerca individuale del successo o della tranquillità al riparo delle credenze antiche. Poche sono le voci di rivolta, di riscatto solidaristico: tutto si infrange in una miseria diffusa, subita ed accettata E questo avviene perché, paradossalmente, le antiche convinzioni, presenti tenacemente nelle società povere, ma stabilizzate da duri contesti organizzativi, fanno capolino qua e là sotto la coltre della neo-cultura coloniale e, mischiandosi, formano un cemento residuale comunitario che cerca di sopravvivere,
diversamente da quanto è avvenuto nell’America del Nord, dove la cultura dei pellerossa, fondata sulla caccia e sull’allevamento, rimasta legata ad un contesto tribale, privo di un forma sociale organizzata, non è stata in grado di resistere alla colonizzazione bianca, facendo sì che l’antico retaggio scomparisse completamente e definitivamente.
In questo mondo messicano ancora in bilico fra il mondo vecchio e quello nuovo vive il dramma della caducità della cultura tradizionale e le illusioni di una “modernità” che sta invadendo tutti gli spazi della società civile e culturale. Così questi racconti ci parlano di vicende legate alla vecchia società agricola, relegata ai margini delle città, imbevuta di tentazioni e di sogni di riscatto quasi sempre irrealizzabili, e di vicende legate a settori sociali più elevati, dove il bon ton dei vecchi ricchi e dei nuovi arrivati cerca di mantenere un decoro senza chiasso e relativamente sobrio, memore, forse, delle rivolte contadine contro l’offensiva ostentazione dei ceti ricchi. Tuttavia questa società non è una società allegra, vivace, dove il popolo possa sfogare nella gioia carnevalesca le sue tribolazioni, dove il presente possa vivere almeno nella nostalgia del passato; essa è un mero contenitore di umori tristi, di lacrime e sangue, dove persino i ricchi non sono sguaiati, spensierati: se i poveri soffrono la pesantezza materiale delle violenze e le ingiustizie dei ricchi, questi, a loro volta, sono afflitti dal tormento psicologico di una vita che ha travolto anche il loro mondo e si dibattono nei meandri di problemi esistenziali e di difficili rapporti di coppia. Il paradiso sognato si è rivelato illusorio, pieno di angosce sul piano umano e tormentato nella sua quotidianità.
Fuentes dimostra di essere uno dei pochi scrittori sudamericani ad avere una formazione culturale classica di stampo europeo e di essere un autore con un notevole spessore espressivo, in grado di governare ed inventare stili narrativi diversi: non è più solo l’autore di Aura, un racconto che fece scalpore al suo esordio o del suo capolavoro (La morte di Artemio Cruz), dove la tecnica, sia pure originale, rientrava in filoni già sperimentati, ma anche l’inventore di nuove modalità espressive, che fanno di lui uno degli autori più importanti, forse più difficili e meno pubblicizzati dell’America del Sud.
Entrando nello specifico dei racconti si nota subito che si potrebbero dividere in due gruppi: quelli della povertà e delle attese e quelli della modernità.
Quelli appartenenti al primo gruppo si potrebbero definire “insopportabili” tanto sono misere le condizioni di vita dei protagonisti e violenta la risposta del potere: pensiamo alla difficoltà di vivere delle madri, una che cerca di dialogare con l’assassino della figlia, “un indio che porta sulle spalle secoli di umiliazioni” e che non riesce a capire perché una giovane ragazza debba avere paura di lui; e l’altra, vecchia e sola, che langue nuda in un carcere per una ribellione in cui sono rimasti vittima lei ed il figlio adorato, ancorché legato ad una vita pericolosa. Pensiamo alle diverse ribellioni dei figli che, nei confronti dei padri, assumono atteggiamenti cinici o di sufficienza; e qui spicca il dramma del padre, Presidente della Repubblica, che di fronte alle sregolatezze inaccettabili del figlio ha il coraggio di sentirsi uomo e di affrontarlo con determinazione, così come con piglio deciso ed a viso aperto affronta i problemi conflittuali del paese, memore delle sofferenze della sua giovinezza e consapevole che alla fine, cessato il mandato presidenziale, ritornerà ad essere un umile cittadino qualsiasi. Come pure delicato è il racconto del generale lealista che, pur nel turbamento di padre, deve combattere contro il figlio ribelle e che di fronte alla fellonia ed all’egoismo senza principi del primogenito preferisce salvare la vita del secondogenito che, almeno, ha il coraggio delle sue azioni. Quindi generazioni a confronto ed in lotta fra loro per conquistare/difendere la loro umanità, dove gli anziani vivono con coerenza il disagio del presente e soffrono per le illusioni dei figli.
I racconti del secondo gruppo sono quelli più “gentili”, quelli nei quali la lotta di classe sembra superata ed i rapporti interpersonali si fanno più civili: pensiamo al viaggio dei due vecchi fidanzati che ricordano con un velo di malinconia la loro passione giovanile e gli ostacoli che li hanno divisi; pensiamo al romantico monologo d’amore dello spasimante nel racconto sulla brutta cugina; pensiamo alla vicenda della coppia gay, che consuma il suo legame pluriennale sull’altare di un ritorno di fiamma degli anni giovanili, il tutto in quadro di civile dissenso e di un fair play doloroso. Come pure pieno di significati è il racconto della stella del cinema in declino, che, abbandonato dalla moglie stanca delle futilità del marito, si trova invecchiato, fuori dal giro del cinema, ed alle prese con un figlio handicappato e non amato e che, dopo un rifiuto iniziale, accetta la nuova situazione, vivendo con lui gli ultimi fuochi declinanti, ma condivisi, della sua vita. Per non parlare dei lunghi dialoghi fra coppie scontente, dialoghi che sembrano meandri, approfondimenti sul nulla, riflessioni su una vita sognata, ma lontana dalla quotidianità, in fondo ai quali vi sta la semplice verità che è difficile vivere senza accettazione della nostra realtà.
Questi racconti duri, amari come la vita di questo subcontinente straziato dalla miseria e dall’ingordigia, cercano di mettere in evidenza come senza giustizia sociale, senza una visione laica della società, senza una volontà di lotta sia impossibile uscire dalla emarginazione e dal silenzio della Storia. Nel complesso, potremmo paragonare questi spezzoni di vita ad una “commedia” non divina, ma umana, nella quale i protagonisti sono coperti da una coltre di smog, esattamente come Città del Messico, da un velo che tende a rendere opaco lo sforzo dell’uomo per migliorare la propria condizione di vita e nel quale l’autore non si limita a contemplare scandalizzato il passato ed il presente, ma scava e riflette alla ricerca del senso di queste vite, cercando di stimolare una presa di coscienza, un senso dello stato ed una visione laica del mondo, in vista di un possibile, anche se difficile, riscatto.

Novembre 2011 Luigi CORDIOLI