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80
nuovi amici

racconto
scritto dal giovane musicista Gionnigrei
e ispirato al pianoforte del Caffè Letterario
Mi
siedo, lì, su quello sgabello malmesso. Allungo le dita tremanti sulle
ottanta note in bianco e nero, che mi osservano con caparbia aria di
sfida, come una splendida ragazza che sembra pensare "ehi, adesso
vediamo un pò se ci sai fare, caro il mio tentatore..."e così il
ballo comincia. Il suo corpo è legno nero, che riflette impassibile il
faro che lo colpisce tutto il giorno, tutti i giorni, da sempre. La sua
superfice è specchio circondato da un mondo di rumori, un mondo che lui,
o lei, non capisce; è lì solo per colorarlo un pò, dal suo punto di
vista là fuori è tutto scuro. Scopro con sorpresa di essere in
imbarazzo: non avevo notato da laggiù che ci fosse così tanta gente
(speriamo che non mi vedano, o meglio, che siano tutti sordi, magari non
tutti, magari non quella ragazza laggiù). La prima nota risuona
nell’aria come una splendida campana funeraria, fa tremare cieli e
pavimenti; ed io sono un novello martelliere che colpisce enormi corde
vibranti dallo spirito cromatico; ottant’anni mi dicono ottant’anni di
vita ha quel pianoforte. Ottant’anni fa qualcuno lo ha suonato per la
prima volta, magari un nobil pargolo frignante che non lo voleva manco
suonare, il pianoforte: però, si sà, i genitori ci tengono tanto a poter
dire "sai, mio figlio suona il pianoforte"- poi se suona bene o
no non importa, non è una cosa che li riguarda. O forse il primo ad
essere accolto fra quelle braccia d’avorio è stato un giovane
talentuoso che ha aspettato tutta la sua breve vita per poter finalmente
dire commosso "ho comprato il MIO pianoforte, è MIO, e finalmente
potrò suonare ogni volta che voglio", o una facoltosa donna tanto
nobile quanto ignorante, che decise di acquistare il pianoforte perchè
"starà benissimo in salotto, sarò l’invidia di tutta le mie
amiche",e così via. Osservo un’altra volta la dentiera del placido
animale di legno, e noto che i tasti avranno pure quattro volte la mia età,
ma,dannazione, sono più puliti di me - e probabilmente se lo meritano.
D’un tratto mi chiedo: dopo ottant’anni, tutte quelle note non saranno
stanche di stare lì, sempre ferme, l’una appiccicata all’altra? Non
so,magari il fa diesis non sopporta più quel benedetto sol che
ultimamente ogni tanto stona pure, è proprio un incompente, guarda, il
brevetto a lui Dio solo sa chi gliel’ha dato. Magari c’è un do
napoletano che si trova fianco a fianco con un si leghista in tutto e per
tutto, e difatti quando qualcuno tenta di suonare un blues lui si rifiuta
dilavorare, perchè "ol blùs l’è la müsica d’i nìgher" e
figuriamoci se dà da mangiare a quegli stupratori. O magari c’è un la
che si è innamorato del mi, si erano conosciuti in falegnameria ma poi si
sono persi di vista, e ogni giorno piangono lacrime amare nel sentir
cantare la propria metà, sentirsi e mai vedersi ogni giorno in quello
spietatissimo accordo di la minore. D’altra parte, la passione di la per
mi è giustificata: la dolce mi rispetto a la è una quinta anche bella
abbondante. E così mi trovo davanti ottanta nuovi amici, ottanta
litigate, amori, passioni che insieme creano un universo di suoni melodie
di geniali intrecci e arrangiamenti per aprire le porte del Cielo
dell’Inferno di Dio stesso di corpi e di odori di ricordi di miscugli di
lei di noi di epoche guerre morti e
Alzo la testa, e tutti mi guardano, chiedendosi probabilmente che cosa ci
faccio da dieci minuti seduto di fronte ad un pianoforte senza fare
niente. Allora comincio a suonare, e d’improvviso sono l’uomo più
solo del mondo.
Mestieri eroici
racconto
scritto dal giovane musicista Gionnigrei
Chissà
in quanti si sono seduti al mio posto, su questo treno malandato. Scritte
che invitavano il gentile passeggero a non imbrattare o
far questua (parola
della quale, tra l’altro, non ho mai saputo il significato) o
comunque danneggiare in qualsiasi modo l’ambiente sono oramai timidi ricordi, lasciando la loro
testimonianza solo con l’aiuto di qualche lettera ingrigita e tracce di
adesivo rappreso. Ogni volta che il treno frena si diffonde nell’aria un
piacevole odore simile al metallo fuso, una torta al mercurio, o cose
simili: in ogni caso non so perchè ma mi ha sempre messo una fame boia.
Dal finestrino è quasi impossibile vedere il nome della stazione in cui
il treno è fermo, ma in effetti è quasi impossibile vedere qualsiasi
cosa. Quando entra il controllore (o meglio: il personale ispettivo) la prima cosa che guarda è come sei vestito,
non contento si sposta sui capelli e infine (sugli occhi? Nooo!) nella
tasca dove presume che tu abbia il biglietto (o, più probabilmente, i
soldi per pagare la multa).
Il
bagno. Oh,
mio Dio, se solo esistesse una parola capace di descrivere tanto magnifico
humus
petrolchimico:
la casa di tutti, la taverna del viandante. Il bagno c’è sempre, è
quello di cui ti puoi fidare, una delle poche certezze della vita,
probabilmente. Il cesso dei treni non è solo il luogo in cui i
viaggiatori espellono le loro scorie: questo probabilmente lo è quando un
treno è all’inizio della sua carriera, ma con il passare degli anni il
cesso diventa le scorie stesse, dei viaggiatori e del treno, oltre
ad ospitare centinaia di tabagisti (me compreso) che non riescono proprio
ad aspettare di scendere per fumarsi una dannatissima sigaretta.
Il paesaggio scorre davanti agli occhi, proponendo infiniti luoghi dove
vivere, dove bersi una birra o dove incontrare una ragazza, o magari anche
solo dove farsi una passeggiata e poter dire "Io lì ci sono
stato". La finestra ti separa da un mondo che sembra tirare fuori il
proprio album di fotografie, e dirti ehi guarda qui che belle colline
verdi e rigogliose che ho creato a Chieti, eh? E intanto la marcia è a stantuffo, ma non per l’alimentazione
della carrozza, ma perchè sedili e viaggiatori sobbalzano in
continuazione,guardandosi timidamente a vicenda come per dirsi epperfortuna
che non ho le emorroidi, e anzi speriamo che ce le hai te così mi faccio
due risate e
via dicendo.
Il bello è
tornare a casa dopo ore di viaggio, e avere quel mistico olezzo che tutti
chiamano "odore di treno", come se il treno fosse una pietanza
un materiale o un composto organico, ma forse è proprio così. E'
quell’odore che sà di ferro, di sudore, ma anche di stoffa, di schifo
però dopo un po' diventa quasi buono, più che per disperazione che per
abitudine. Poi il treno arriva in ritardo e perdi la coincidenza, così ti
tocca aspettare un’ora (quando ti va bene) in stazione, circondato da
personaggi più o meno raccomandabili che ti chiedono "dove
tua machina" chissà perchè poi, oppure duemilalire per un panino, anche se
io di millelire non ne ho più da un pezzo.
Ciao,sono
un Treno. Mi chiamo 665 Irpinia e viaggio da Genova a Bergamo tre volte al
giorno, puzzo e faccio schifo, non mi lavano mai. Sopra di me si siede un
sacco di gente tutti i giorni, e alcuni sono più sporchi di me (però non
mi arrabbio dai, tanto spesso arriva l’uomo in verde che li caccia via,
poveracci), altri non aprono bocca per tutto il tempo del loro viaggio, e
altri invece non fanno che urlare in continuazione. A dire la verità, io
non avrei voluto fare il Treno, il mio sogno era quello di fare il
pittore, ma si sà, bisogna fare quello che bisogna fare. Ma poi, a dire
il vero, non è poi tanto male. Nella mia carriera ne ho viste di tutti i
colori: ho visto gente salire di corsa sopra di me ansimando disperata
perchè c’hanno la tesi di laurea del fratello che si è sposato il
giorno prima e hanno la torta nella valigia e speriamo che non si sfaldi;
sento tutti, vedo tutto, sento mille discorsi al giorno, vedo gente che
intavola discussioni sul relativismo di Protagora cominciando
soltanto dalla frase "che ore sono?" e vedo ragazze splendide
fare commenti stupidi sui ragazzi (belli e brutti) che gli passano
davanti, vedo gente disperata che si serve di me come enorma stufa
semovente e ragazzi fiduciosi che volano da un posto all’altro pieni di
chissà quali speranze; vedo il mondo, ma soprattutto vedo le stazioni, e
sono sempre felice di vedere che grazie a me migliaia di vite si fondono,
convergono e vivono cose tragicamente banali oppure no. Ho visto nascere
storie d’amore sopra di me, litigi furiosi o necessari, pianti disperati
e lunghissime ed inutili telefonate ad altrettanti inutili fidanzati,
ragazzi senza biglietto ma pieni di vita che scendono anche dieci fermate
prima per non essere beccati e miliardi di sigarette solo questa e poi
smetto. Ho visto anche il vostro amico lassù, che ne dice tante, ma poi
sopra di me ci sale sempre, e su di me ci poggia pure i piedi, ma
soprattutto non vi ha detto che quello che vi ha scritto l’ha scritto
proprio mentre lo riportavo a casa. Ah, i giovani d’oggi...
Solo
mood
racconto
scritto dal giovane musicista Gionnigrei (sì, ancora lui n.d.C)
Mood.
Il
dizionario on-line mi propone più interpretazioni della suddetta parola:
animo, atmosfera, capriccio, bisbetico, disposizione, inclinazione, modo,
umore, imbronciato, il più imbronciato, bizzarrìa, capricciosità,
estro, cupo, umori, lunatico, malinconico, triste.
Capitò un
giorno che Animo arrivò in una nuova città. Era splendida, colorata,
vivace, giovane, vivace. C'era una atmosfera semplicemente fantastica; ad
ogni passo una fanciulla dai capelli color del sole gli sorrideva, un
bambino lo guardava gli occhi sgranati, sostenendo con avidità un cono
gelato enorme dai colori così variopinti da far impallidire il giorno. Un
gelato, oh, sì, sotto il sole, qual miglior capriccio? Non ci volle molto
per decidersi. Animo era proprio fortunato: c'era una gelateria proprio
davanti a lui. Ma appena entrò, un Bisbetico in coda davanti a lui
cominciò a dimenarsi gridando: "Voglio un cameriere tutto a mia
disposizione!", e Animo pensò "beh, è proprio necessario che
si comporti così, d'altra parte è Bisbetico. Ognuno risponde, infine,
alla sua inclinazione!". Alla fine quel maledetto gelato fu pronto, e
Animo cominciò a degustarlo profondamente, da gran buongustaio, insomma,
dal modo in cui se lo divorava, sembrava che non ne mangiasse uno da anni.
Il gelato finì. E Animo era bello sorridente, illuminato dal sole e dal
gioioso fremere di quella città così giovane, e aveva le labbra ancora
appiccicose per tutto quello zucchero! Era proprio di buon umore. E
pensare, quante volte era stato arrabbiato, innervosito, era proprio
imbronciato. Anzi, forse era addirittura il più imbronciato di tutti. Era
sempre stato schernito da tutti per la sua bizzarrìa, quei capelli così
corti e quel naso troppo lungo, e quell'occhio che non funzionava tanto
bene. E mai aveva potuto chiedere qualcosa, anche solo un gelato, la più
piccola e sincera incorrotta capricciosità di un uomo che non ha vissuto
niente. E prima che arrivasse in quella città magica, nessuno aveva mai
capito il suo estro buono e innocente, schiacciato in continuazione da
quel mondo cupo popolato da uomini che erano bestie al servizio dei loro
umori; lui che era l'unico mai lunatico, lui, mai malinconico; e
finalmente quella città lo capiva, lo sorrideva, perchè erano tutti come
lui e
Ehi
ragazzo, le sei sono passate da un pezzo! Svegliati!
Un
occhio e mezzo si apre.
Ti ho
preso qui per lavorare e per mandare avanti la mia cucina, non per
dormire, hai capito? Ma che diavolo è quella faccia? E' troppo dura
tornare alla realtà? Beh, QUESTA è la realtà e non è un sogno, hai
capito? Ma che diavolo sei tu?
sono triste.
Il
Candi Borobudur di Giava
di
Lodovico
Acerbis dedicato
ad Anna Grazia M.
Yogyakarta,
isola di Giava, Indonesia, 13.8.07
Nella
folta e rigogliosa foresta di Giava, solcata da lattiginosi nastri
nebbiosi, evanescenti e azzurri come sogni all’alba, s’innalza una
serie di colline. Sopra una di queste, un’altra collina semisferica,
interamente di pietra; silenziosa e arcana foresta di pietra sopra una
foresta verde dove, invece, la vita pulsa e si rinnova. È il Borobudur,
una delle più straordinarie architetture buddiste esistenti. Il candi si
nota già da lontano, tondeggiate e irto di pinnacoli che paiono palme, ma
segnato dall’incomparabile - e in Asia, inconfondibile - segno del
sacro. Un imponente stupa a forma di campana ingrigita dalle intemperie, e
sede, dibattono gli studiosi, del Grande Vairocana, il buddha primordiale,
il Sempre Esistito.
Percorso
un ampio viale fiorito, e operando di gomito nella vociferante marea
turistica, ecco che s’innalza davanti a me la bhandhara, “la montagna
cosmica dell’accumulazione delle virtù” per chi percorrerà con animo
aperto e generoso i suoi sette livelli, sicuro sentiero per diventare un
bothisattva, un essere illuminato dedito al prossimo.
Un
luogo mistico, dunque, un luogo di raccoglimento e di preghiera come i
nostri conventi. La spallata mi arriva improvvisa, non seguita da scuse,
per opera di un turista locale stranamente corpulento e senza sorriso. Il
teleobiettivo 200 della mia Nikon quasi mi cade di mano. Un negozio di
souvenir diffonde a tutto volume l’aria della paloma blanca, e mi
confonde, impattando come un asteroide caduto sulla terra.
Il
Borobudur è un mandala tridimensionale - di circa centotrenta metri per
lato, con sette livelli degradanti come una piramide tronca -; è luogo in
cui le forze cosmiche si concentrano; è diagramma da dipanare nella
meditazione, avanzando passo dopo passo, dalla periferia al centro. Dalla
terra, quindi, sino a lassù, in cielo, dove il buddha Vairocana attende
in un misterioso sorriso.
Già
dall’VIII secolo tutto é stato predisposto per accogliere il fedele; e
il pellegrino, che percorrerà le terrazze protette da pareti più alte di
lui, osserverà in silenzio e in intima riflessione la bibbia scolpita
nella pietra, la legge di cause ed effetti, l’illuminante storia di
Buddha Sakyamuni e delle sue jataka, le vite precedenti. L’artificio
della pareti a forma di galleria scoperta - non certo pensato per
occultare i forestieri, ma per motivi religiosi e pedagogici - ora
raggiunge un altro scopo: quello di farli scomparire alla vista, i turisti
incivili. Mantenendo tuttavia l’idea di una montagna estrema e silente,
se non fosse che le rapidissime scale, una per ogni lato, convogliano i
visitatori in lunghe file formicolanti e festaiole, coloratissime e
stridenti nella nobile monocromia della pietra beige che, a quell’ora,
s’illumina di sfumature dorate.
Ma
ecco davanti ai miei occhi la dolce regina Maya, madre del Buddha,
nell’atto di partorire sotto un albero che piega i rami per accoglierla
e celarla. Ecco il piccolo Buddha che compie i suoi primi sette passi sui
petali di fiori di loto. Ecco l’albero della bodhi dove Sakyamuni
raggiun… un momento, scusatemi, ecco lo sganasciare dell’ennesimo
turista domenicale che, indifferente ad ogni emozione spirituale, lontano
dal magico dramma che si svolge attorno a lui, ha spento il mozzicone di
sigaretta tra le fauci di un leone, animale quanto mai regale nella
mitologia orientale.
Infatti
si vocifera, si fuma e si bivacca, qui, in questo luogo tra i più sacri
ai buddisti, i quali vi accorrono a centinaia di migliaia ogni anno, la
notte del plenilunio di maggio, quella in cui Sakyamuni attenne il
risveglio.
Ora
non è tempo. I turisti tracannano coca cola e aranciata, gettano lattine,
irridono commentando a voce alta alcuni gesti degli stupefacenti
bassorilievi. Siamo in un paese a larga maggioranza islamica, negli ultimi
anni le donne hanno rimesso il velo, e l’integralismo avanza, pure qui.
Oltre
alla musica della paloma blanca, ora s’incrociano i lamentosi canti
registrati dei muezzin, uno da nord, l’altro da sud; ed è già un
miglioramento, un invito a sollevare gli occhi. E solleviamoli allora,
questi occhi. Siamo sulla cima della montagna, le tre terrazze circolari
sono aperte nel cielo, in contrasto con quelle inferiori, quadrate e
chiuse: la ricerca delle condizioni umana alle spalle, ora si spalanca il
divino, l’imperscrutabile, immutabile essenza e fonte stessa della
mente. Sessantaquattro piccole statue di Buddha in atteggiamento
meditativo occhieggiano dall’interno di piccole campane composte da
blocchi traforati di pietra. Si vedono e non si vedono, i buddha, però
sono lì, davanti a me, simboli della raggiunta illuminazione, ma anche
del fatto che il sentiero, the path, non è ancora concluso.
Una
ragazza - cinese? coreana? - si siede sul cordolo di una campana spezzata,
le gambe nude, e si fa fotografare con un braccio attorno alle spalle di
un Buddha. Il compagno è nervoso, saltella dopo lo scatto fotografico, si
guarda attorno, corre dietro una campana - in realtà uno stupa, come per
noi un tempio religioso - e urina rumorosamente. Il piscio scorre sulla
pietra e discende i gradini insieme ad un barattolo che un calcio ha
fatto rotolare.
Immagino
Sir Ruffles, il lungimirante governatore di Singapore che all’inizio
del’800 ha fatto conoscere al mondo intero quest’opera grandiosa.
Immagino Sir Thomas Ruffles girarsi nella tomba con tipica flemma inglese
e borbottare con raucedine “Uhm, uhm”. E immagino anche il management
dell’Unesco, che minaccia di togliere il suo alto patronage a questo
straordinario luogo - di cui ha generosamente finanziato il restauro - se
il governo nazionale non interviene.
Ma
l’Indonesia in questi momenti ha altro cui pensare; la grande finanza
avanza spavalda a passi veloci; la miseria persiste; la corruzione
imperversa; le bombe esplodono e fanno stragi; il turismo langue; i
vessilli della fede che un tempo contrassegnavano i luoghi di culto, ora
campeggiano a decine davanti alle banche e ai supermarket. Divinità che
hanno sostituito altre divinità, in questa marcia consumistica che
inesorabilmente sta avanzando in tutto il mondo.
Soltanto
una decina di anni fa, quassù, si vedevano file di monaci, vestiti di
giallo o d’ambra; qualche anziano veniva aiutato a superare gli alti
gradini: una conquista lenta, impegnativa, sofferta; e quando arrivava tra
le campane dei Buddha, s’inchinava a fianco dei monaci, le mani giunte,
borbottando a voce impercettibile dei sutra. Il silenzio è condizione di
ascolto, si diventa ricettacoli preziosi. Ora solo turisti chiassosi che
procedono baldanzosi senza rispettare nemmeno il senso della visita che è
quello delle lancette di un orologio, del ruotare del sole, rimbambiti da
guide locali dai moti salaci intenti a provocare risate.
L’impassibile
Vairocana, nascosto nell’enorme cupola grigia che si eleva, ultima e
imponente, al di sopra delle piattaforme circolari dove le passioni si
dovrebbero assorbire, riflette, solitario e sublime, mentre la vetta della
montagna che sto calcando e la giungla sottostante iniziano a svanire
nella grigia bruma che sale, rendendo incerti uomini e terre.
Vairocana,
la Luce Universale. Non può essere che così: soltanto sul suo stupa
vibra il sole del tramonto. Ma, per via della nebbia, batte soltanto sulla
sua parete nera, parete che si impregna e che non riflette. Quel giorno
tutta la luce pare assorbita soltanto da Lui.
Lodovico
Acerbis bergamasco è ambasciatore nel mondo del miglior design made
in Italy di prodotti di cui spesso è anche designer. Nel 2006 ha
pubblicato il suo primo romanzo Pierino Sgiufa, tornitore. E' di
novembre 2007 il secondo romanzo Butterfly edito in Manni.
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