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Viaggio nei Balcani dal 30/12/08 al 8/01/09
Partecipanti: Taia Livio Piero
Costi: Circa 200 E a testa
Km : Circa 2500
Mezzo usato : Panda 4x4 di Livio
Problemi da evidenziare : Nessuno
Livio, Piero ed io partiamo martedì 30/12 alle ore 9 da casa mia per un breve
viaggio nei Balcani. All’autogrill Bauli incontriamo Matteo Cavalleri, Vertova,
Baraldi e un loro amico con i quali facciamo una parte del viaggio . Ci fermiamo
a mangiare a Novo Meso (confini orientali della Slovenia) perché nel viaggio del
2003 con Piero e Giacomo, lì ci eravamo trovati bene. Ovviamente quel locale non
lo troviamo e ci accontentiamo di un altro ristorante in centro al paese:solita
grigliata mista anche perché sono le quindici e non ci servono altro. Qui ci
dividiamo perché mentre noi ci fermiamo a Kakanj, gli altri vanno direttamente a
Sarajevo. Verso le venti, a Slavonski Brod, attraversiamo il fiume Sava e
lasciamo la Croazia per entrare nella Bosnia Herzegovina.
Sul ponte, fermi per l’inevitabile coda prima della frontiera, notiamo la
differenza dei due territori: lasciamo un paese sfavillante di luci ed andiamo
verso il buio. E’ una sensazione un po’ angosciante che aumenta man mano che ci
addentriamo in quella parte di Bosnia. Sicuramente questa sensazione è
accentuata dal fatto che in Croazia ogni casa è addobbata per l’imminente capo
d’anno mentre qui non è ancora arrivato il Natale (gli ortodossi lo festeggiano
il 7 gennaio); resta il fatto che nei paesi che attraversiamo e nelle case a
fianco della strada si vedono pochissime luci. E’ triste constatare che, anche a
distanza di anni, ci sono ancora differenze così marcate fra i territori che
compongono la Bosnia Gli accordi di Dayton del ’95, che hanno fermato la guerra
e l’assedio di Sarajevo, hanno sancito la divisione della Bosnia Herzegovina in
due distinte entità: la Repubblica Srpska e la federazione Croato Musulmana,
assegnando a ciascuna circa il 50% del terreno. Noi stiamo attraversando la
parte a Nord, la repubblica Srpska, appunto.
Sono le 22 e siamo finalmente a Kakanj. Andiamo a casa di Bojana e di Igor. Lei
ci aspetta dalle 20 ed è rientrata dal lavoro prima del solito proprio per noi.
E’ stata per qualche anno impiegata nell’ufficio che avevamo qui... a casa sua
ci troviamo bene. La cena parte piano, come se non si sapesse bene che cosa
fare. Prima compare un biscotto poi un caffè poi un salamino locale, birra e
grappa di prugne. Ok, siamo tornati nei Balcani!! La casa è piccola. Non mi
sembra teleriscaldata; so che la maggior parte delle case di Kakanj lo sono
perché qui c’è la centrale termica che produce energia elettrica e ne viene
sfruttato il vapore
E’ composta da un ingresso che dà sul bagno e sul ripostiglio, da una
sala-cucina riscaldata dalla stufa a legna e da due camere. Bojana lavora a
Sarajevo per l’AIBI, un associazione internazionale che si occupa, in vario
modo, di aiuti (adozioni) ai bambini. Purtroppo fra tre mesi anche questa
associazione lascerà Sarajevo e lei farà, da casa, il referente locale per le
adozioni internazionali. Igor si è sistemato alla Separazia, è un reparto della
centrale termoelettrica nel quale si separa il carbone dalle materie non
combustibili. E’ elettricista, fa i turni e prende 500 euro al mese.
Abita la casa anche un bellissimo gatto tutto nero Zu Zu che esce la sera quando
si spengono le luci e rientra al mattino, alle sei e mezza, quando il padrone va
a lavorare.
Io e Piero dormiamo in una stanza, Livio nell’altra e i due padroni di casa sul
divano opportunamente aperto.
Mercoledì 31. Verso le dieci ci muoviamo alla volta del monastero di Kralieva
Sutieska La notte ci ha portato la neve. Nevica in modo fitto, quasi rabbioso,
come quando c’è troppo freddo. Le strade sono ancora percorribili e ci sembra
strano che sia così improvvisamente cambiato il tempo. Fin qui era andato tutto
a meraviglia.
A Kralieva scopriamo che Duvnjak è fuori a benedire le case e che tornerà verso
sera. Visto che siamo nei paraggi, andiamo a Poliane. La scusa è di mostrare a
Piero dove operavamo, in realtà c’è molta voglia di rivedere quei luoghi: la
scuola nella quale erano concentrati i profughi, ai quali portavamo il pane
tutte le mattine, e tutte le mattine il numero delle persone cambiava perché
alcuni partivano alla ricerca dei famigliari senza avvisarci, le case ancora
oggi abbandonate e tanto altro
Poliane è un villaggio che era abitato da croati. Quando, ad un certo punto
della guerra, che in un primo tempo si combatteva tra croati e musulmani, la
stessa sembrava destinata a risolvesi a favore dei croati, gli abitanti di
questo villaggio “alzarono la cresta” e, non so bene come, provocarono i
musulmani, etnia in grande maggioranza a Kakanj. Poi le sorti del conflitto
mutarono, le milizie musulmane fermarono infatti i croati a Turbe, appena sotto
Travnik),e le ritorsioni non mancarono. Non so con esattezza cosa successe,
certo è che ci furono delle case bruciate e alcune vittime. Il villaggio venne
abbandonato.
Dopo Poliane visitiamo molti altri villaggi, frazioni della municipalità di
Kakanj, nei quali abbiamo operato.
Verso le quindici andiamo da Dana. Una volta si sarebbe detto andiamo da Mama
Vera ma oggi Mama Vera non c’è più, e Dana, la figlia, vive sola. La troviamo
all’inizio della via che porta da lei; non guida e un taxi la aspetta mentre fa
le spese. La precediamo a casa sua e stiamo con lei fino alle 17,30
Senza Mama Vera è tutta un’altra cosa. La sua mancanza si nota anche nelle
piccole cose: beviamo caffè e grappa di prugne ( poi arriva Risto, fratello di
Mama Vera, e si ricomincia da capo ) ma a Dana non viene in mente di mettere in
tavola un pezzo di pane. Parliamo delle sue proprietà a Ponieri e fantastichiamo
attorno ad un improbabile agriturismo che potrebbe nascere con un Guido gestore
ecc. ecc. Abbiamo bevuto un po’ e siamo a stomaco vuoto; il mondo ci sembra
pieno di ottime prospettive. Così torniamo al monastero dove finalmente troviamo
Duvnjak che mi sembra decisamente in forma.
Gli offro una bottiglia del mio vino e beviamo due bottiglie del suo. E’ il
solito, di Mejugori.Dice, che a forza di berne, mi convertirò: è fatto vicino al
santuario nel quale appare la Madonna e chissà che non abbia un po’ di potere
divino ….appunto!
Parliamo di tutto, anche dei preti che , invecchiando, perdono la testa.
Immancabile barzelletta: un gruppo di giovani preti vogliono festeggiare i 10
anni di sacerdozio. Dove andiamo? Chiede uno. Andiamo a Mostar perché ci sono
delle belle ragazze, rispondono in coro gli altri. Dopo 10 anni si ritrovano e
il solito chiede: dove andiamo? Andiamo a Mostar perché si mangia bene. Dopo
altri 10 anni vanno ancora a Mostar perché c’è un clima mite e dopo altri 10
vanno a Mostar perché ………non ci sono mai stati!
Mangiamo della carne affumicata ma non restiamo a cena, nonostante l’invito, e
torniamo a Kakanj, da Bojana. Troviamo Jasenko (era il nostro architetto quando
eravamo qui ) Ci invita a Ponieri, piccolo agglomerato di case, in montagna,
usate normalmente nelle vacanze o nei fine settimane, ma decidiamo di rimanere
qui. Si fanno le spese per la serata, è l’ultimo dell’anno e comperiamo di
tutto: riusciamo a spendere ben 100 Euro! Verso le ventidue io preparo una pasta
con le carote. Prima di mezzanotte compare un’amica di Bojana che conosce anche
Livio e la festa va avanti, con una chitarra che improvvisamente compare, fino
alle 6 del mattino. Continua a nevicare; dormiamo ancora lì e, quando ci
alziamo, verso l’una, la neve è molto alta.
Giovedì 1. Decidiamo di andare a Sarajevo. Il quartiere vecchio sotto la neve è
molto suggestivo. Nella piazzetta dei piccioni incontriamo Matteo Cavalleri,
Vertova e gli altri due amici. Andiamo a mangiare del Bureg con le cipolle,
panna acida e aglio, e poi ci dirigiamo verso la biblioteca nazionale, alla
ricerca di un barettino che conoscono solo gli amatori della grappa. Questo bar
(bar è una parola grossa), è fatto da una stanza di 20 metri quadri, con un
banco e due tavoli, sempre piena di fumo. Nessuna insegna sulla porta d’ingresso
e nessuna luce sfavillante. Dopo una legittima titubanza – sarà aperto ancora
?—(Sono anni che non passo da qui ) entriamo e il gestore, un signore della mia
età, si alza e mi saluta calorosamente. Si ricordava dell’ultima bevuta di
qualche anno fa e ci chiede se vogliamo quella di prugne,o di mele, di o vinacce
(loza), o di pere. Optiamo per quest’ultima e via! Tutto questo può sembrare
banale. Cosa ci sarà mai di straordinario nel bere una grappa nei Balcani?
Nulla, se non si tiene conto che siamo nel quartiere vecchio di Sarajevo, una
città che ha subito molte variazioni durante e dopo la guerra, che ha visto
avanzare una islamizzazione forzata che ha fatto praticamente sparire le bevande
alcoliche dalla città vecchia abitata in prevalenza da musulmani.
Continua a nevicare; e Giacomo dove sarà? E’ partito con Divna,la sua fidanzata,
questa mattina da Bergamo con la panda di Piero e lo aspettiamo a Kakanj in
serata, ma con questa neve…
Sull’autostrada per Kakanj ci sono poche macchine, i nostri fari illuminano
soltanto la neve che cade molto fitta. Non sono ancora passati con lo spazzaneve
e si viaggia molto piano. Bisogna indovinare l’uscita, ma conosciamo bene la
strada e, verso le venti siamo di nuovo da Bojana. Riceviamo un messaggio da
Giacomo: è a Zenica, la strada è brutta, ma va tutto bene. Verso le ventidue i
nostri eroi arrivano e la serata passa tranquilla.
Si ridisegna la collocazione notturna: Bojana e il marito nella loro stanza;
Giacomo e Divna in quella nella quale abbiamo dormito io e Piero la notte scorsa
e noi tre in sala, Livio sul divano, Piero ed io per terra.
Venerdì 2. Noi tre partiamo presto, destinazione Kossovo. Bojana ne approfitta
per andare a Sarajevo per il suo lavoro. Giacomo e Divna ci raggiungeranno
domani.
Il nostro viaggio terminerà in Serbia e, per non avere problemi all’uscita,
abbiamo la necessità di avere sul passaporto un timbro di entrata in Serbia,
quindi ci dirigiamo a Visegrad, entriamo in Serbia a Uvac, appena prima di
Priboj, dalla Serbia passiamo in Montenegro a Gostum, poi Bijelo Polie, Berane,
Rozaje e poi su fino ai 1800 metri del passo Kulina. Da qui entriamo in Kossovo
e scendiamo lungo la valle di Radavac fino a Novo selo, a pochi Km da Pec/Peje.
Cerchiamo Skender; la casa è illuminata, ma nessuno risponde, allora andiamo da
Avdi che abita a pochi metri. E’ evidente la sorpresa e il piacere di vederci.
Ci sono tutti in quella stanza grande; Belim col figlio e la moglie, Spresha, la
sorella e, naturalmente, Avdi e la moglie. Mentre gioco con il figlio di Belim,
il mio cellulare si mette a suonare. E’ Giacomo, dice che a Sarajevo, nel
pomeriggio, gli hanno rubato i bagagli dall’ auto, nei quali c’erano anche i
passaporti: Quindi la sua avventura balcanica finisce sul nascere, rientrerà in
Italia in panda, mentre Divna andrà a Belgrado dove ci aspetterà per festeggiare
il Natale ortodosso.
Dopo un po’ da Avdi arriva anche Pelaj Skender con la moglie Lule e tre figli:
Hys, una ragazzina di circa otto anni; Luan, un maschietto di circa sei anni e
Uyk, un bambino di tre anni molto sveglio. Rimaniamo ancora un poco e poi ci
trasferiamo a casa loro.
La casa è grande; si sviluppa su tre piani. L’ingresso dà su un bagno a destra,
grande e ben tenuto, a sinistra c’è una grande sala con tappeti sul pavimento e
divani tutt’intorno, dritto si va in cucina e in un piccolo soggiorno, con
televisione sempre accesa. Questo è l’unico posto caldo della casa. La neve
oggi, durante il viaggio, ci ha concesso una tregua, ma ora ha ripreso a cadere
copiosa, e fa molto freddo.
Dopo i convenevoli compare sul basso e lungo tavolo un piatto di carne scura,
guarnita con filamenti bianchi: è lepre disossata e cotta in aceto per
neutralizzare il sapore selvatico, sembra in carpione. E’ buona, ma dopo un po’
stanca, noi comunque la mangiamo quasi tutta accompagnandola con dell’ottimo
Vranac riserva.
Vista la mia corporatura e la barba, ed essendoci in casa un costume da babbo
natale, devo uscire, travestirmi, e fare un ingresso trionfale con tanto di doni
per i bimbi e per gli adulti.
La sistemazione nelle camere avviene così: siccome io russo, vengo sistemato a
dormire da solo in una stanza che, non avendo niente sotto, è la più fredda
della casa mentre Livio e Piero dormiranno nella stanza sopra la cucina.
Non mi ricordavo più come è il freddo vero ! Non so quanti gradi ci siano nella
mia stanza, ma fa proprio freddo e non riesco a scaldarmi perché il sacco a pelo
non si chiude fin in cima; non ci sto con le spalle( non per via della pancia,
come qualche maligno insinuerà) e devo prendere una coperta. Alla fine la fatica
del viaggio e la cena vincono e dormo fino al mattino.
Sabato 3. Colazione abbondante: latte, frutta, miele (il suo ), formaggio e
quando pensi di aver finito compare una salsiccia a pezzi che, nel frattempo, si
è rosolata sulla stufa. Ovviamente la rakia (grappa ) è onnipresente e il
bicchierino è tenuto costantemente pieno
Skender ha deciso di andare al mercato del bestiame a comperare un toro; lo
accompagniamo. Prima visitiamo gli apiari dei beneficiari di “Trento con il
Kossovo”: sono una decina ben tenuti e coperti di neve. La macchina che ha in
dotazione è una Honda con trazione integrale che si muove bene anche nella neve
alta. Penso che vada troppo forte anche se è molto sicuro. Posso solo sperare
che non si esca di strada.
Il mercato è un prato grande occupato da alcuni automezzi e da molti animali che
si agitano nella neve. Questa mattina il freddo è aumentato per cui la neve cade
rabbiosamente, turbinando nell’aria. Il vociare delle persone che contrattano
sembra quasi un canto. Gli animali vengono valutati, toccati nei punti giusti,
pesati, ecc. Per valutare i tori si pizzicano i muscoli in fondo alla schiena,
vicino alla coda e si considera la consistenza. Dopo varie ricerche, viene
individuato il toro giusto; pesa 440 Kg e chiedono 2,40 E al Kg. Non so come
alla fine concludono l’affare, ma torniamo a casa con un’aria soddisfatta: c’è
da mangiare, da bere e si sta un po’ al caldo.
Più tardi andiamo a trovare Miki. Alto, magro, biondo, energico è sempre stato
il portavoce indiscusso della comunità serba in questa vallata e nostro
interlocutore fin dall’inizio del progetto. Quando lasciamo la strada principale
per Brestovik troviamo molta neve nella quale si notano poche tracce di altri
veicoli. Per la “panda” non ci sono problemi e arriviamo fin fuori casa sua.
Anche qui sorpresa e grande festa. C’è Slazana, sua moglie, e i figli; sono
tutti in cucina. La scuola è chiusa per le vacanze di Natale e i bambini sono
davanti alla tv salvo il piccolino che si è preso l’intera stecca di torrone che
abbiamo portato e se la sta sgranocchiando. Normalmente i due più grandi vanno a
scuola qui vicino (quella costruita nell’ambito del nostro progetto). I maestri
vengono da Gorazdevac, una enclave serba che è rimasta relativamente isolata in
tutti questi anni Ci informiamo su come vanno le cose dopo la dichiarazione
dell’indipendenza: da queste parti non è cambiato niente. Slazana ci prepara da
mangiare carne affumicata e salsiccia, il tutto fritto sulla stufa; ovviamente a
niente serve il nostro affermare che abbiamo appena mangiato, ci tocca mangiare
ancora ! Loro stanno osservando un digiuno molto stretto: per sette settimane,
prima di Natale, che per gli ortodossi è il 7 gennaio, possono mangiare
pochissime cose e non possono bere alcool. Noteremo, anche nei giorni seguenti,
incontrando altre persone, che il digiuno e abbastanza osservato. In questo caso
l’unico strappo che Miki si concede sono un paio di grappe, solo per tenerci
compagnia. Quando ce ne andiamo, con la promessa di tornare domani per stare un
po’ di più con loro, la neve ha coperto ogni traccia e avvallamento e così
finiamo con la panda fuori dal ponticello, dentro lo scavo dei tubi. Niente di
grave, solo un “full immersion” nella neve alta e, con l’aiuto di Miki, la panda
torna sulla “retta” via
Andiamo a trovare Sami a casa sua. Io c’ero stato quando i lavori non erano
ancora finiti e oggi sono rimasto molto meravigliato nel vedere un appartamento
quasi da esposizione. Tutto molto, troppo bello. I vasi sui loro piedistalli, i
soprammobili a posto, la cucina con il bancone sopraelevato, i colori tenui
quanto basta: tutto molto bello, ma ho l’impressione di poco vissuto. La moglie
e la figlia non ci sono. Sono da qualche parente così e ci mettiamo comodi e
beviamo dell’ottimo vino. Sami è in vena di parlare e ci racconta della sua
vita: la sua esperienza nell’armata federale, il Canton Ticino, il rientro
avventuroso in Kossovo, i due anni di guerra nell’U.C.K. Ci lasciamo con
l’impegno di vederci domani sera a cena da lui con anche il resto della
famiglia.
Torniamo da Skender dove ceniamo con del vino “grosso”, abbastanza buono e,
invitati ad assistere domani all’uccisione del toro, parliamo a lungo delle
nostre esperienze riguardo alle macellazioni di animali domestici o appena
cacciati. Conveniamo che seguono sempre dei rituali precisi e domani assisteremo
a questo, per noi nuovo, ma per l’umanità vecchissimo, “rito”.
Domenica 4. Mi alzo presto. In cucina c’è già movimento e la ragazzina è molto
attiva .Penso che sia un vero peccato che non sia sufficientemente considerata
dal padre. Credo frequenti la quarta elementare e l’altra sera ci ha fatto
vedere la sua pagella: quasi tutti dieci ma la cosa non sembrava molto
importante per il padre( per la madre non si sa visto che avrà detto si e no
dieci parole durante tutto il nostro soggiorno, comprese le “buonanotte” e i
“buongiorno”) In questo ambiente le ragazze e le donne in generale non sono
molto considerate; soprattutto devono generare figli maschi altrimenti rischiano
di essere ripudiate.
Il fratello di tre anni, invece, è una vera peste e, ovviamente, è la luce degli
occhi del padre. Arrivano in cucina anche Piero e Livio e così smetto di
fantasticare e programmiamo la giornata. Fuori c’è il solito freddo intenso;
Skender e i suoi amici stanno preparando tutto il necessario per uccidere il
toro comprato ieri. Stanno affilando alla perfezione i coltelli: non sono grandi
coltelli, ma sono robusti e molto taglienti.
Qualcuno ci chiama da fuori,. è tutto pronto: sotto al portico, dove c’è
accatastata la legna, c’è un tavolino di plastica con sopra i coltelli, una
scure, altri arnesi come delle catene, delle corde e della grappa. Fuori dal
portico, in mezzo alla neve c’è il nostro toro, tranquillissimo e ignaro. Con
Skender ci sono altri due uomini e un ragazzo. C’è anche Iuk, il piccolino di
tre anni, figlio di Skender, che sembra perfettamente a suo agio in mezzo agli
adulti che si danno un gran da fare, per preparare tutto; la madre e la sorella
sono in un ripostiglio sotto la cucina al quale si accede mediante alcuni
gradini esterni, a preparare l’occorrente, e, più tardi, a cucinare la carne
macellata.
Il toro viene legato con una lunga corda in modo che la stessa passi sotto la
pancia al livello sia dei garretti anteriori sia di quelli posteriori passando
sopra la sua schiena. La corda viene tenuta saldamente da due uomini e, quando
Skender pinza il naso dell’animale con il pollice e l’indice dentro le narici
cercando di torcere la testa verso destra, i due danno uno strattone alla corda
e, incredibilmente, il toro va giù.
Quando il toro è a terra con la testa riversa da un lato per via delle dita
nelle narici che lo obbligano in quella posizione Skender, con una velocità
decisamente sorprendente, gli taglia la gola da un lato all’altro lasciando la
testa attaccata al corpo soltanto per la colonna vertebrale
Lo lasciano lì, nella neve, a perdere tutto il sangue. Attraverso lo squarcio si
vede la trachea che si contrae per lo sforzo dei polmoni di incamerare aria;
dopo alcuni minuti è tutto finito e la bestia è immobile. Per verificare se si
può procedere allo scuoiamento una persona sale sulla coda; tutta quella massa
si rimette in movimento e allora bisogna aspettare ancora un po’. Beviamo un
giro di grappa (da buoni musulmani i più osservanti bevono aranciata) poi
qualcuno torna a calpestare la coda e, visto che non ci sono più segni di vita,
si incomincia a scuoiare il bestione In mezzo a tutto questo trambusto il
piccolo Iuk ha tentato di attirare l’attenzione frignando e inscenando un
capriccio, ma siccome nessuno si è degnato di curarsene, ha deciso di andare a
giocare con la testa del toro cacciandogli il ditino negli occhi e tirandogli la
lingua che era rimasta penzoloni fuori dalla bocca aperta.
In pochi minuti il toro viene agganciato ad un paranco e appeso alla trave del
portico. Durante l’operazione un gancio si stacca dal garretto. Chi se ne é
accorto per primo? Yuk che non perde un movimento di quello che accade ed è
sempre, per me troppo pericolosamente, fra i piedi.
Nel giro di un’ora e mezza il toro viene scuoiato, pulito, squartato, alcune
parti disossate e ognuno degli aventi diritto ha il suo pacco da portare a casa.
Il sangue che si è raggrumato nella neve e gli scarti vengono portati con una
carriola sul mucchio di letame che c’è fuori nel prato. Verso mezzogiorno è
tutto finito. Se uno arrivasse in questo momento vedrebbe solo qualche residuo
di sangue sulla neve e alcune persone intente a bere. Ad un certo punto è
comparso anche il papà di Skender; è una persona che conosco perché, in quanto
insegnante, è venuto a Bergamo in delegazione nell’ambito degli scambi di
esperienze didattiche previste dal progetto di Bergamo per il Kossovo. Tra i due
non corre molto buon sangue. Il vecchio, rimasto vedovo, si è risposato ed ha
avuto una figlia con la sua nuova moglie; non so se è solo questo, ma si vede
che c’è della ruggine tra i due
Sul tavolino compare la carne arrostita del toro appena ucciso. Si presenta come
una nostra “tagliata” ed è molto buona. Io pensavo si dovesse lasciarla frollare
per almeno un giorno prima di cuocerla: evidentemente va bene anche così. Il
freddo è sempre intenso,. Non nevica più e mangiare così all’aperto della carne
bollente è piacevole. Skender mi ricorda la chiaccherata di ieri sera sui “riti”
e propone un ultimo brindisi. Ok Ultimo giro di grappa, salutiamo, avvisiamo che
stasera non ci saremo a cena e andiamo da Miki a Brestovik.
Prima passiamo dal nuovo supermercato che hanno aperto all’inizio di Pec,,
vicino al distributore sul bivio, per acquistare un po’ di frutta e qualche
regalo per le famiglie che visiteremo. Prepariamo dei sacchetti di plastica con
dentro dei mandarini, delle arance, del cioccolato ecc. e ci dirigiamo verso la
casa di Misko e Marta. Per andare da loro bisogna riprendere la strada per
Brestovik, all’altezza della scuola nuova, girare per Siga, poi si abbandonano
anche le esili tracce nella neve alta per andare verso una casetta nella
pianura: unico punto vivo è il fumo dal comignolo in mezzo alla neve alta e
immacolata.
Ce la farà la panda ad arrivare fin là? Proviamo. Tutto va relativamente bene
fino a quando, un attimo di indecisione dovuta alla posizione di un ponticello
che non si vede più, ci fa rallentare. Siamo impiantati. Le quattro ruote girano
a vuoto. Bisogna mettere le catene. La neve è tale da renderci difficile
l’uscita dalla macchina perché è più alta del predellino e le portiere sono
parzialmente bloccate. Le catene non sono quelle giuste ma ce la facciamo lo
stesso a montarle e a muovere l’auto. Per arrivare a casa di Misko (che nel
frattempo è apparso sulla soglia di casa incuriosito da tutto quel trambusto) ci
sono altri cinquanta metri nella neve fin quasi al ginocchio. Questa coppia di
persone anziane ci accoglie commossa. Sono perfettamente a loro agio in quel
posto isolato, nella neve alta, senza telefono nè collegamenti con altri.
Sono anche loro osservanti ortodossi e rispettano il digiuno dell’avvento (per
loro il Natale è il sette gennaio, fra tre giorni) ma per noi preparano della
carne affumicata arrostita.
A loro, oltre a della frutta, regaliamo anche della grappa di moscato che
abbiamo portato dall’Italia e questo fa rompere il digiuno di Misko: dice che il
Signore capirà sicuramente che non si può non bere con gli ospiti.
Marta si dà da fare con la carne sulla stufa e Misko ci racconta di quando lei,
la Marta, gli ha letteralmente scodellato un figlio fuori della porta di casa.
Racconta che lei stava tagliando il frumento quando le sono cominciate le doglie
ed ha partorito sulla soglia. Mentre racconta segue con uno sguardo affettuoso
quella donnona che si muove piegata in due dall’artrite.
Quando usciamo, vuole a tutti i costi accompagnarci fino alla macchina avanzando
nella neve alta con quelle cose di plastica nera ai piedi che non possiamo
neanche chiamare scarpe, con una pala sulle spalle e con la pretesa di toglierci
dai guai.
Torniamo sulla strada che va verso Siga e andiamo a casa di Rados. Ci sono anche
Dragica e Durdja. In questa casa ci sono ancora i tavoli e le panche che abbiamo
costruito noi due anni fa. Anche qui calorosa accoglienza e soliti giri di
grappa e poi andiamo da Miki e Slazana, a Brestovik.
Troviamo una situazione molto allegra. Questa mattina hanno ucciso il maiale,
quindi alcuni hanno rotto il digiuno e sono un po’ brilli. Comunque le donne
hanno cotto le interiora del suino e dobbiamo assaggiare del fegato fritto e
altro che non riconosco. Miki mi fa provare il suo vino, io gli regalo una
bottiglia del mio, e per una buona mezz’ora abbiamo un ottimo argomento di
conversazione. Verso le diciannove riusciamo a sganciarci. Prima di “lasciarci
andare” ci riempiono il bagagliaio della panda con rakia, salsiccia e verdura
sott’aceto.
Andiamo da Sami; salutiamo sua moglie e sua figlia e ci sediamo attorno ad un
tavolinetto sopra il quale ci sono dei salatini, dei grissini salati e delle
noccioline. Ha tutta l’aria di un antipasto e la cosa ci angoscia un po’ perché
oggi non abbiamo fatto che mangiare, poi la cosa prende un'altra piega e noi
tiriamo un sospiro di sollievo. Arrivano due amici di Samin con relative mogli e
le donne si mettono in cucina e non si vedono più fino alla fine della serata e
noi ci mettiamo a parlare con i nuovi arrivati. Si ragiona sulle istituzioni e
sullo stato di diritto; non so che tipo di attività svolgano i nuovi arrivati ma
sono molto interessati a queste cose. Una serata che doveva essere all’insegna
della rimpatriata e della conoscenza va via così: Sami non ci ha detto niente di
sè, la moglie non l’abbiamo vista, la figlia neppure e verso le nove torniamo da
Skender. Stiamo un po’ con loro e Lule ci prepara del succo di mirtilli caldo
(eccezionale!) Intanto ho assistito alla “messa a letto” del piccolo Yuk.
L’atmosfera è rilassata: sul divano c’è Skender che accarezza la pancia della
bambina, sul pavimento il secondogenito gioca con delle macchinine, la moglie,
mentre il succo di mirtillo si scalda, prepara la culla. E’ di quelle classiche,
di quelle che si vedono nelle cartoline ricordo. E’ decisamente piccola per
quella peste, ma è proprio bella. Gli speroni sui quali si appoggiano i piedi
per farla dondolare sono consumati dall’uso, la cassa è nera con intarsi dorati
e sopra la parte più larga c’è una fascia di compensato nero che tante volte ho
visto sulle culle nei Balcani. Non mi ero mai posto il problema di sapere a che
cosa servisse, pensavo fosse un fatto estetico e invece no! E’ essenziale
all’uso della culla, infatti dopo avervi messo il piccolo supino e dopo averlo
legato con una fascia ricamata in modo che non si possa muovere ne rotolare (può
agitare solo le gambe) viene steso un panno nero sopra il tutto e quella fascia
di compensato serve a tenere sollevato il panno dal viso del bambino.
Stranamente la cosa funziona; la culla viene azionata dal piede del padre che
nel frattempo continua a chiaccherare con noi e, dopo un po’, il piccolo dorme.
Beviamo una seconda porzione di mirtillo caldo ed andiamo a dormire. La stanza è
sempre gelida, ma ormai ho imparato: non uso più il sacco a pelo ma le coperte e
mi ci avvolgo dentro in modo da sfruttare al massimo il calore del mio corpo.
Lunedì 5. Mi alzo tardi; finalmente ho dormito bene e non ho avuto freddo. Sento
che questa è la mattina delle decisioni importanti: allora prendo il coraggio a
due mani e decido: faccio la doccia. Ieri mi sono informato da Piero che, appena
uscito dal bagno, mi ha assicurato che non c’è niente da temere. L’acqua è calda
ed è un vero piacere sentirla scorrere sul corpo in quell’ambiente gelido. Torno
in camera e stendo la salvietta sulla sedia: verso sera la troverò tanto gelata
da stare in piedi da sola e dovrò portarla giù in cucina sulla stufa per farla
asciugare.
Quando finalmente siamo tutti nella stanza adiacente la cucina attorno ad un
tavolino basso, quelli che si mettono davanti al divano, con grande dispiacere
della mia pancia, compare una teglia bollente piena di lumache alla Bourghignon,
quelle che sono nel guscio, cotte con prezzemolo e aglio. Skender le aveva
comprate in Macedonia e surgelate per le grandi occasioni ed ora eccole qui.
Sono buonissime. Ovviamente non ci sono solo le lumache: c’è la solita
salsiccia, il formaggio, le uova strapazzate e la frutta.
Usciamo nel freddo e nella neve ma, dopo una colazione così, non abbiamo niente
da temere. Ieri abbiamo visitato i villaggi serbi, oggi è la volta di quelli
albanesi. Andiamo a Radavac, da Halil che, quando ci vede, per la gioia non sta
più nella pelle. Saltella da uno all’altro, ci abbraccia più volte e ci fa
entrare in casa. Halil è un maestro elementare, ha collaborato molto ed in modo
proficuo con noi ed è stato anche a Bergamo nell’ambito degli scambi di
esperienze didattiche. E’ sposato con Elesai, una donna molto sveglia che parla
correttamente l’inglese ed è meno succube della tradizione. Nella stanza grande
c’è anche il vecchio padre che interferisce su tutto e decide tutto. Fino a poco
tempo fa non voleva che estranei entrassero in casa e non voleva che il figlio
si allontanasse. Questo ha pesato sulla vita di Halil che solo oggi è riuscito a
guadagnarsi un po’ di autonomia. Anche Halil parla un inglese corretto e
conversiamo a lungo. (Anzi gli altri conversano e io tento di seguire i
dialoghi). Ci portano da mangiare oltre alla carne arrostita, anche delle
verdure sottaceto buonissime. Ci facciamo dare la ricetta perché non si sa
mai…vuoi vedere che ci viene voglia di provare a Bergamo ?
Salutiamo e ci trasferiamo a casa di Don, a Jablanica Grande. Mi accorgo di
avere le scarpe bagnate; non molto, e non mi danno fastidio ma si sente che sono
un po’ bagnate. Strano perché con questo freddo non dovrebbero esserlo ma con
tutto il togli e metti che dobbiamo fare…..Ogni volta che si entra in una casa
bisogna togliere le scarpe, non solo per non portare dentro la neve, che viene
spazzata dalle scarpe con apposita scopetta, ma perché così si usa in tutte le
stagioni e in tutte le case di tutte le etnie.
Siamo fortunati. Da Don ci sono tutti e ci fanno festa grande. Don è il
diminutivo di Liridon. Io l’ho conosciuto nell’ottobre del ’99, aveva sedici
anni, sapeva un po’ di italiano per averlo imparato dalla televisione quando
trasmetteva dall’Albania films italiani sottotitolati in albanese e mi faceva da
interprete. Eravamo una delle prime squadre di volontari che, nell’immediato
dopoguerra contribuivano alla ricostruzione della case. Ricordo che, dopo
qualche ora di lavoro con noi, telefonò al capo progetto per dire che aveva
sbagliato squadra, non gli aveva assegnato degli italiani perché lui non capiva
una parola del nostro linguaggio. Alla fine della settimana capiva tutto e, se
ancora non sapeva parlare il bergamasco, di certo si era appropriato di tutte le
parolacce e le bestemmie con le quali infarcivamo il nostro parlare.
Fece poi l’interprete e diventò amico di molti ragazzi e ragazze che si
alternarono in Kossovo negli anni seguenti e, nel 2002, venne in Italia a
studiare con un passaporto che costò, a me e a Piero, un viaggio a Belgrado del
quale racconterò un’altra volta. Adesso è a Siviglia dalla sua ragazza che
studia là.
Dicevo che c’erano tutti, in casa: il padre Blakay Arif che ha lavorato fino
all’inizio della guerra nella fabbrica di marmitte legata alla Zastava; la madre
Xufa; il figlio Agron che lavora come interprete presso il contingente italiano
al Villaggio Italia e la sorella Teuta. Parliamo di tutto: riusciamo anche a
parlare della nuova situazione che si è determinata dopo la dichiarazione
dell’indipendenza del Kossovo. Anche secondo loro, così come per la maggior
parte delle persone con le quali abbiamo parlato di questo argomento, non è
cambiato sostanzialmente nulla nè nei villaggi della valle nè in città. Il
padre, Arif, lavora un bel pezzo di terra così parliamo di viti, di innesti, di
potature e il tempo scorre via rapidamente. Anche il livello della grappa nella
bottiglia si abbassa rapidamente e questa sera dobbiamo andare a cena fuori
quindi sarà meglio salutare gli amici. Entra Agrom con una faccia corrucciata e
dispiaciuta perché si è dimenticato di mettere le mie scarpe in anticamera, al
caldo, come ha fatto con quelle degli altri due. Niente di male – dico io– le
metterò fredde. Agrom mi fa notare che la temperatura esterna è di – 12° sotto
il portico e di –19° fuori dove le avevo lasciate quindi non si possono calzare
perché sono un blocco di ghiaccio e non si piegano per niente; neanche la
linguetta si muove: bisogna metterle nel forno. Il ghiaccio si scioglie ma le
scarpe restano umide e le dovrò tenere così per tutta la sera
Questa è l’ultima sera della nostra permanenza in Kossovo; domani mattina
partiremo alla volta della Serbia e abbiamo pensato di salutare gli amici
invitandoli a cena. Abbiamo invitato Halil, Shpresa e Belim, il meccanico Ergyll,
Sami e Skender. Scopro che all’imboccatura della valle, dove c’è il bivio per
andare alle sorgenti del fiume bianco, hanno costruito un ristorante di legno
abbastanza grande e confortevole. Skender ha già prenotato e organizzato tutto.
Noi abbiamo ancora un po’ di tempo prima dell’ora di cena e andiamo a salutare
Avdi.
Avdi è stato sempre il nostro punto di riferimento nella valle di Radavac. Con
lui si è costruito tutto il progetto di ricostruzione delle case nei villaggi
albanesi, si è pensato al centro polivalente a Novo selo e sono state
predisposte le azioni necessarie per il rientro dei serbi nella zona.
Anche questa sera troviamo tutta la famiglia riunita nella sala. Gioco un po’
con il figlio di Belim, converso con Avdi che parla in modo sufficiente
l’italiano, poi mi alzo per andare in bagno e noto che la moglie di Belim si
alza anche lei; sarà una combinazione, penso, invece, al mio rientro in sala,
tutti i membri della famiglia Avdi si alzano all’unisono. Mi blocco in mezzo
alla sala pensando fosse successo qualcosa di preoccupante invece si erano
alzati in segno di rispetto per l’ospite.
Andiamo a cena con tutti gli invitati , ma non mi diverto particolarmente, sono
un po’ stanco, ho i piedi freddi e umidi, faccio fatica a seguire i discorsi che
inevitabilmente si intrecciano tra i commensali un po’ in inglese, un po’ in
albanese. Spero di andare a letto presto. Finita la cena, usciamo nella neve e
ci salutiamo; gli abbracci e gli arrivederci sono tanti e i miei piedi umidi mi
mandano messaggi strazianti. Finalmente andiamo a casa di Skender e mi posso
togliere le scarpe e cambiare le calze: che sollievo! A volte ci vuole poco per
essere felici !
Martedì 6. Dopo la solita colazione abbondante, salutiamo tutti e partiamo alla
volta di Belgrado. Abbiamo discusso un po’ sulla strada da percorrere, poi
abbiamo deciso di passare da Mitrovica anche se le cronache degli ultimi giorni
non sono confortanti. Sembra ci siano stati scontri attorno al solito ponte
presidiato dai francesi che divide la parte serba da quella musulmana Andiamo a
vedere. Noto che il nostro alito si congela sui finestrini della panda, non so
quanti gradi ci siano fuori, ma fa molto freddo e noi siamo ancora sulla strada:
On the road again – dice Livio – On the road again confermiamo io e Piero ed
andiamo verso il confine.
A Mitrovica troviamo il solito caos di carretti e macchine che intasano tutto il
centro,ma non troviamo nessun altro problema. Attraversiamo il ponte, ci
fermiamo un momento a guardare i soldati francesi di guardia che non si curano
affatto di noi. Entriamo nella zona serba della città. Io mi cambio il
copricapo, mi tolgo la berretta normale, quella che andava bene ovunque, anche a
sciare, e mi metto il berretto serbo che mi ha donato a suo tempo mama Vera, in
Bosnia centrale. Vediamo che molti armeggiano con fronde di quercia; alcuni le
mettono sopra la macchina, altri davanti alle finestre di casa, altri ancora
sulle siepi separatorie delle case. Siamo alla vigilia del loro Natale e si
stanno preparando secondo i loro usi e costumi.
Appena fuori città ci dotiamo anche noi di un rametto di quercia augurale (più
che altro per ingraziarci eventuali poliziotti zelanti) e continuiamo verso
Belgrado.
Decidiamo di non fare l’autostrada e, per pranzare, ci fermiamo a Raska, nello
stesso ristorante nel quale si fermò Piero con i Jabberwocky durante il ritorno
nel 2006 dopo la chiusura del progetto in Kossovo. Pleskavica e birra per tutti
(meno che per Livio che deve guidare e sembra che qui ci sia tolleranza zero ).
La Pleskavica è un Hamburgher meno alto e più largo di quelli che conosciamo; ma
la vera diversità sta nella quantità di aglio e cipolla contenuti nella carne.
E’ molto gustosa e fa dimenticare il freddo e la stanchezza. Arriviamo a
Belgrado verso le diciotto e telefoniamo a Divna per avere informazioni sulla
strada da fare per raggiungere la sua abitazione. La cosa si rivela più
complicata del previsto, ma alla fine, riusciamo a trovarci ad una fermata del
pulman e ci accompagna a casa della sorella.
Siamo ospiti di Divna ma, siccome vive in un mini appartamento e non ha lo
spazio sufficiente per ospitarci, ha chiesto alla sorella di trovare una
soluzione. La sorella con suo marito e due figli vive a sua volta in un
appartamento piccolo e nemmeno lei è in grado di ospitarci, però gestisce un
asilo nell’appartamento sotto il suo e, siccome siamo nel periodo natalizio e le
scuole sono chiuse, noi possiamo dormire li. Portiamo gli zaini nella scuola; è
grande e accogliente, con tanti cuscini rossi, tavolini, giocattoli, panchette e
tutto quanto di solito si trova nelle scuole materne.
Prendiamo i regali che avevamo riservato per loro e saliamo di sopra.
Presentazioni e aperitivo. La coppia e i bambini sono simpatici, Lui, un
ragazzone giovane e spigliato che gira tutta Europa per vendere impianti per
l’aria condizionata; lei, una giovane e bella signora con un master alle spalle
in Inghilterra non ricordo su quale tema. Parlano un inglese corretto (così
assicura Piero ) e bevono senza particolari problemi la grappa di moscato che
abbiamo regalato loro. La mattina dopo la signora ci confesserà che dopo OTTO
GIRI si sentiva un po’ confusa. All’ora di cena salutiamo e, con Divna, andiamo
in un ristorante tipico. Il “Pudlogovi Kalenic.” Più che un ristorante tipico è
una vecchia caffetteria con ristorante; è molto frequentata dai locali e i cibi
non sono fatti per i turisti. Io ordino un Caragiorgevic (verificare come si
scrive) che è una cotoletta arrotolata farcita con formaggio kajmak e prosciutto
e che se non la mangi a Belgrado così buona non la mangi più. Poi andiamo a casa
di Divna a bere il caffè. La casa è veramente piccola, ci stanno lei, un letto e
un pianoforte a muro; E’ arredata con buon gusto ed è accogliente, Domani è
Natale e Divna andrà a cantare durante la messa in una chiesa in periferia.
Restiamo d’accordo che, se riusciamo, andremo a sentirla e, finalmente andiamo
nella nostra scuola per dormire. Non voglio sembrare monotono, ma sta ancora
nevicando; la neve nelle strade non è molta ma il freddo è intenso. Mentre
rincasiamo(si fa per dire ) notiamo che dai tombini sale un vapore costante.
Livio dice che è per riscaldare le strade ed impedire la formazione del
ghiaccio. Teniamola per buona, anche perché l’ora, il cibo, la stanchezza, mi
tolgono ogni argomento contrario.
Apro il sacco a pelo e mi accingo a dormire consapevole della situazione
decisamente migliore rispetto alla notte precedente in Kossovo, L’ambiente è,
seppur debolmente, riscaldato e quindi……Mi accorgo subito che non è così; non
c’è nessun materasso ed il pavimento, ancorchè di parquet, è gelatissimo. Il
sacco non si chiude e devo scegliere se dormire con le spalle scoperte o con le
spalle sul nudo pavimento. Non scelgo e mi addormento subito. (naturalmente dopo
essermi messo il cerotto d’ordinanza sul naso per attutire il mio russare)
Mercoledì 7. Giorno di Natale Al risveglio sono letteralmente intirizzito e,
mentre i compagni continuano a dormire chiusi nei loro sacchi, studio una
possibile soluzione per la notte seguente (l’ultima che dobbiamo passare in
Serbia) .Raduno tutti i cuscini che ci sono sulle panche (rossi, a forma di
cuore, alti circa due centimetri) e li lego tra di loro in modo da formare un
materassino che mi isoli dal pavimento. Mi ricorico e sto molto meglio: la
prossima notte starò al caldo! Nel frattempo si svegliano anche gli altri. Sono
quasi le dieci e, se vogliamo sentire i canti natalizi degli ortodossi, per di
più cantati da Divna, dobbiamo muoverci.
Usciamo per fare colazione, ma trovare un caffè aperto non è facile. Non abbiamo
dinari e la carta prepagata di Livio non viene accettata dal bancomat di una
banca del centro. Provo con la mia carta di credito, ma ci sono delle difficoltà
nell’introdurla e non voglio farmela “mangiare”; desisto. Andiamo nel ristorante
nel quale abbiamo mangiato ieri sera e facciamo colazione pagando in euro (con
maggiorazione). Finalmente andiamo alla ricerca della chiesa. Non è facile;
quasi nessuno degli interpellati sa di che cosa parliamo. Eppure doveva essere
una chiesa famosa, L’assunzione di Maria. Arriviamo in zona stadio Stella Rossa
e, quando ormai stiamo per desistere, vediamo Divna ad una fermata del tram che
ci sta telefonando. Evidentemente aveva già finito di cantare e di assistere
alla messa, ma ci accompagna comunque a visitare la chiesa. E’ piccola,ma molto
caratteristica e accendiamo alcune candele beneaugurali per farci perdonare il
ritardo. Passiamo da casa di Divna a prendere i regali Natalizi ed andiamo a
pranzo dalla sorella. A pranzo c’è anche la madre delle due sorelle; è una
signora molto arzilla e intraprendente e, da sola, tiene allegra tutta la
compagnia. Si spezza il pane cotto in casa nel quale sono state messe delle
monete, e constatiamo che nessun di noi sarà fortunato nel 2009. Le monete le
trovano i bambini. Poi ci sono le solite verze con ripieno di carne, sarme si
chiamano ( da noi si chiamano “capù”), poi del pollo piccante e via via fino al
dolce ed il caffè.
Nel tardo pomeriggio Divna ci accompagna a visitare un quartiere periferico
della città vecchia, Zemun,sul fiume. Ci vuole portare a cena in un ristorante
che si trova in una carrozza tramviaria in disuso, ma è chiuso così torniamo in
centro,sempre nella città vecchia, e ci infiliamo in un ristorante tipico. Dopo
qualche minuto mi accorgo di esserci già stato. E’ lo stesso ristorante nel
quale i ragazzi della cooperazione italiana ci ospitarono qualche anno fa mentre
andavamo in Kossovo. Non dico niente, ma spero che non mi riconosca nessuno.
Infatti, l’altra volta nacque una discussione tremenda sul prezzo della cena: i
ragazzi della cooperazione che abitavano a Belgrado non accettarono il conto
ritenendolo troppo salato e contrattarono un nuovo prezzo: abitando lì, erano
ben coscienti dei prezzi vigenti e ritenevano che ci volessero “spennare”. Ad un
certo punto entra la cantante che l’altra volta aveva allietato la serata, si
ferma a guardare verso di me. Ecco è fatta – penso-; invece un gruppo di clienti
la chiama a gran voce e la sua attenzione si sposta altrove. Bene, anche questa
è andata!
Dopo cena saluti e abbracci e tutti a letto, domani si torna a casa. Nella
scuola, sul tavolo, c’è un pacco di alimenti: scopriremo che, la mattina, la
sorella, non vedendoci salire per la colazione si era sentìta in dovere di
portarcela nella scuola e, non vedendoci, aveva deciso di lasciarcela per la
sera o per il viaggio.
Mi attende una notte tragica: il materassino di cuscini costruito al mattino
dura pochissimo, le legature non tengono e passo praticamente tutta la notte a
cercare di tenere la schiena staccata dal pavimento. Ad un certo punto mi metto
la giacca a vento e per un po’ guardo la neve cadere nella strada: i lampioni
hanno un colore rosa e la neve è irreale con quella luce……la neve concilia il
sonno, la giacca è efficace, la stanchezza anche……
Giovedì 8. Ci svegliamo presto, carichiamo l’auto e saliamo a fare colazione
dalla sorella. E’ molto allegra; indossa una maglietta e pantalone di tuta rosa
con una scritta sulle natiche “non toccare” ( Dont’ touch )
Chiariamo l’equivoco della mattina precedente riguardo la colazione, ci riempie
ancora di cibo per il viaggio e via, sotto la neve che continua a cadere, verso
un altro confine. La neve sull’autostrada è tanta e gli spazzaneve non sono
ancora passati ( sai…E’il giorno dopo Natale !) Viaggiamo con la panda con le
quattro ruote motrici attivate. Piano piano arriviamo alla dogana, al confine
con la Croazia e, forse per fare passare meglio il tempo in questo giorno di
festa, il poliziotto serbo ci fa vuotare completamente la macchina, ci fa aprire
tutti i bagagli e guarda in ogni scatolino che gli capita a portata di mano.
Immaginate la faccia che fa quando apre la mia farmacia portatile! Essendo
cardiopatico, devo viaggiare con le medicine per tutte le evenienze. Fa il
lavoro con molta allegria…..lui! Ha sistemato una panca di traverso alla corsia
ed ha messo tutto il contenuto dei nostri bagagli in mostra, come al mercato. E’
giovane e si diverte un mondo lui! E intanto nevica e fa un freddo cane. Dopo un
po’ si rende finalmente conto che nei nostri bagagli non c’è nulla di
interessante o di proibito e ci lascia andare.
In Croazia le cose cambiano; le strade sono pulite. Ogni tanto delle scritte
luminose ci comunicano come sono le strade, quale è la temperatura, se c’è
ghiaccio o nebbia, ecc. Il viaggio non presenta particolari problemi. Ci
alterniamo alla guida e maciniamo kilometri di strada. Quando tocca a me
verifico che l’acqua del tergicristallo è ghiacciata e, per pulire il vetro, che
si sporca molto per il fondo stradale bagnato, devo aspettare che qualcuno ci
sorpassi. L’acqua che ci viene spruzzata addosso serve per pulire il vetro,
basta azionare il tergi con tempismo. Livio mi dà il tempo e il “casino” che
facciamo sveglia Piero che partecipa al gioco. Poi, saggiamente, decidiamo che è
ora di togliere il ghiaccio dagli spruzzini.
Croazia, Slovenia, Italia, Bergamo, Nembro, S. Antonio, finalmente a casa. Sono
le ventuno e anche questa avventura è andata….. non bene, benissimo.!
A letto, dopo una serata piacevole a casa, prima che il sonno mi colga, questa
volta in un letto serio, penso ai formidabili compagni di viaggio e al mezzo che
ci ha trasportato: Però ….la Panda che Macchina !