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PROPOSTA DI DELIBERAZIONE DI INIZIATIVA POPOLARE
IN ORDINE ALL’ISTITUZIONE DEL REGISTRO DELLE UNIONI CIVILI
PREMESSO
che compito di questa Amministrazione, non meno che del Governo, è quello di garantire alle
persone i diritti civili e sociali, senza discriminare coloro che affidano i propri progetti di vita a
forme di convivenza, come le” unioni civili” o “unioni di fatto”, diverse dalla famiglia;
che il riconoscimento di tali diritti non intende modificare o alterare il riconoscimento e
l’importanza della famiglia fondata sul matrimonio affermati e garantiti dalla Costituzione all’art.
29, il quale non esclude all’evidenza il sorgere o l’esistenza di diverse formazioni sociali, d’altra
parte previste e tutelate dall’art. 2 della Costituzione;
CONSIDERATO
che già da tempo è stato ritenuto che l’ambito di operatività e quindi di riconoscimento e tutela
costituzionale dell’art. 2 della Costituzione si estende sicuramente alla fattispecie della famiglia di
fatto dal momento che, come rilevato dalla Corte Costituzionale, un consolidato rapporto,
ancorché di fatto, non appare, anche a sommaria indagine, costituzionalmente irrilevante quando
si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti,
intrinseche manifestazioni solidaristiche (sentenza della Corte costituzionale n. 237 del
18.11.1986);
CONSIDERATO
altresì che, ancorché la creazione di un nuovo status personale non possa certamente che spettare
al legislatore statale, deve riconoscersi al Comune la possibilità di operare in materia nell’ambito
dei principi e delle regole fissate dalla legislazione statale e per le finalità ad esso assegnate
dall’ordinamento;
CONSIDERATO
inoltre il ruolo rivestito dal Comune, con pienezza di poteri, per il perseguimento dei compiti
afferenti alla comunità locale, ai sensi del decreto legislativo 267/2000;
RILEVATO
pertanto che, fermi restando i registri previsti dalla Legge e dal regolamento anagrafico, il Comune
può istituire uno o più registri per fini diversi ed ulteriori rispetto a quelli propri dell’anagrafe,
organizzati secondo dati ed elementi obbligatoriamente contenuti nei pubblici registri anagrafici;
CONSIDERATO
pertanto che l’iscrizione in tali registri particolari non viene affatto ad assumere carattere
costitutivo di status ulteriori e quindi riconoscimento di poteri o doveri giuridici diversi da quelli
già riconosciuti dall’ordinamento agli stessi soggetti, ma solo un effetto di pubblicità ai fini ed agli
scopi che l’Amministrazione Comunale ritiene meritevoli di tutela;
RITENUTO
che tali ulteriori fini siano da ravvisare nel consentire l’accesso per le coppie formate da persone
unite civilmente a una serie di procedimenti, benefici e opportunità amministrative previste
dall’ordinamento;
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RITENUTA
pertanto l’opportunità, per i motivi innanzi espressi, di disporre la tenuta, presso un apposito
ufficio, di un registro dove iscrivere, seguendo la distinzione operata dalla legge, le persone legate
da vincoli non “legali” (matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela) ma solamente da vincoli
affettivi e di reciproca solidarietà;
PER QUANTO SOPRA
DELIBERA
Articolo 1
Istituzione del registro delle Unioni civili
1. È istituito un registro delle unioni civili presso un apposito Ufficio comunale, individuato e
regolamentato dalla Giunta entro 30 giorni dalla data di esecutività della presente deliberazione.
2. L’iscrizione a tale registro consente l’accesso ai procedimenti, ai benefici e alle opportunità
amministrative previsti dalla normativa vigente.
3. Tale registro non ha alcuna connessione con l’ordinamento anagrafico o di stato civile e non
interferisce con i registri anagrafici e di stato.
Articolo 2
Criteri di tenuta del registro 1. L’iscrizione al registro può essere richiesta da due persone maggiorenni, anche dello stesso
sesso, di cui almeno una residente nel Comune di Bergamo, e che – non legate da vincoli di
matrimonio, parentela, affinità, adozione, affiliazione, tutela, curatela o amministrazione di
sostegno – convivono stabilmente da almeno un anno, sono unite da reciproci vincoli affettivi e
si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale.
2. Le iscrizioni nel registro avvengono sulla base di una domanda presentata congiuntamente
all’ufficio comunale competente dagli interessati e corredata dall’autocertificazione relativa al
possesso dei requisiti di cui all’art. 1.
3. Il venir meno della situazione di coabitazione o di dimora abituale nel Comune di Bergamo o
della reciproca assistenza morale e materiale produce la cancellazione dal registro, la quale
avviene dietro richiesta di una o di entrambe le persone interessate.
4. Per i fini consentiti dalla legge e dalla normativa comunale l’Ufficio Comunale competente, a
richiesta degli interessati, attesta l’iscrizione nel registro.
Bergamo, 4 aprile 2007
Al Sindaco del Comune di Bergamo
Agli Assessori comunali
Ai Consiglieri comunali
Ai Presidenti di Circoscrizione
Ai Vicepresidenti di Circoscrizione
Al Segretario comunale
Nei sessanta giorni a partire dal 24 aprile prossimo si svolgerà a Bergamo una campagna
di raccolta fi rme per la presentazione della proposta di delibera d’iniziativa
popolare “Istituzione del registro delle unioni civili”, fornita in allegato.
Ci rivolgiamo, perciò, a tutti i destinatari sopra elencati, qualifi cati per le rispettive
funzioni istituzionali ad autenticare le fi rme dei cittadini bergamaschi, invitando ciascuno
di essi a comunicarci la propria disponibilità ad assolvere a questo compito in
occasione sia di tavoli all’aperto allestiti allo scopo sia di riunioni e manifestazioni
pubbliche.
Chiediamo inoltre a coloro, tra i destinatari, che condividono il merito dell’iniziativa
di farsi parte attiva della stessa, raccogliendo anche autonomamente fi rme sugli appositi
moduli vidimati dagli uffi ci comunali.
Preghiamo chi intende corrispondere alle nostre richieste di trasmetterci un recapito
telefonico e/o un indirizzo e-mail, in modo da poter concordare i termini della sua
collaborazione.
Rendiamo noto, infine, che la riunione per la costituzione del Comitato Promotore si
terrà martedì 10 aprile, alle ore 21, presso la sala ex-Scuderie di via Borgo
Palazzo 16 (nei pressi del ponte sulla Morla).
Grazie per l’attenzione e distinti saluti
Per il Comitato promotore
Serena De Santis
sds@essediesse.191.it
tel. 035-257154
cell. 388-9316526
Mauro Gruber
gruber@alice.it
tel. 035-261986
cell. 335-8095032
Ecco il "manifesto del
Pride nazionale 2007" che si svolgerà a Roma il 9 giugno.
UNITI
IN PRIDE IL 9 GIUGNO A ROMA
Noi, lesbiche, gay, trans
e bisessuali, siamo portatori e portatrici di pari dignità civile e
sociale. Di fronte all’opinione pubblica italiana rivendichiamo che
il Parlamento e il Governo, così come le forze sociali e politiche,
riconoscano e garantiscano uguale dignità e pari diritti, nel
rispetto della Dichiarazione universale dei diritti umani, della
Costituzione italiana, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea e nel rispetto del principio della laicità dello Stato italiano e
della sua autonomia da ogni ingerenza confessionale.
Le associazioni lgbt riunite a Roma il 1 aprile 2007 per discutere i temi
politici e le modalità organizzative del Pride Nazionale di Roma del 9
giugno 2007, ritengono che questa manifestazione debba essere
l’occasione per riaffermare che:
– la laicità dello Stato
è il fondamento del vivere civile, la garanzia dei diritti di tutte e
tutti, è un bene primario da difendere da ogni forma di ingerenza
confessionale.
– la pari dignità e i pari diritti per le persone lgbt rimangono
centrali e assumono il valore di paradigma del conflitto tra chi vuole uno
stato laico e chi cerca di riportare l’Italia nel Medioevo. Le
nostre vite sono un fatto dirompente perché svelano che non esiste una
famiglia “naturale”, ma che le famiglie sono un fatto culturale. Con
serenità e determinazione, con le nostre modalità e tutto l’arcobaleno
dei nostri colori, riaffermiamo la necessità che il Parlamento approvi
una vera legge che offra una pluralità di istituti giuridici aperti a
tutte e tutti. Allo stesso modo, i diritti civili e sociali di tutte e
tutti noi vanno garantiti attraverso una legge antidiscriminazione che dia
piena realizzazione al principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3
della nostra Costituzione.
– vogliamo rappresentare una richiesta diffusa di un’Italia
migliore, che si opponga a progetti politici e culturali reazionari che
alimentano la violenza sulle donne, sulle lesbiche, sui gay, sulle e sui
trans e su ogni altro soggetto non garantito. Questa campagna di odio
integralista sta contagiando tutto il paese, raggiungendo picchi di
violenza anche politica inediti, in particolare da parte di gruppi neo
nazisti e neo fascisti a cui le istituzioni non danno una risposta.
Chiediamo che il Parlamento finalmente approvi una legge che sanzioni la
violenza e l’istigazione all’odio motivata anche dall’orientamento
sessuale e dall’identità di genere, perché non è ammissibile che non
vi siano strumenti per difendere il proprio diritto alla vita e
all’integrità fisica e personale.
– la lotta per le libertà individuali, l’autodeterminazione dei
corpi e delle scelte di vita, deve essere assunta da un ampio e plurale
arco di movimenti, gruppi, associazioni. In questo senso le
associazioni lgbt lavoreranno fin da subito per costruire reti e relazioni
affinché il Pride Nazionale del 9 giugno 2007, sia un grande appuntamento
per tutte e tutti coloro che hanno a cuore la libertà, la democrazia,
l’antifascismo.
Perché esiste un’altra Italia!
Coordinamento Unitario Pride Nazionale Roma 2007
Roma, 1 aprile 2007
“IL
DIRITTO SECONDO NATURA E’ SIMBOLO DI CIO’ CHE E’ UTILE A NON
RICEVERE NE’ RECARE RECIPROCAMENTE DANNO”.
Questa
frase di Epicuro ci ricorda direttamente la più famosa , anche se
viene 3 secoli dopo, frase del vangelo: “non fare ad
altri ciò che non vorresti fosse fatto a tè” e in entrambi i
pronunciamenti percepiamo il richiamo spontaneo, e perciò naturale,
naturalista e quindi giusnaturalista, al diritto naturale in quanto tale:
prima e a prescindere da qualsiasi mediazione; immediatamente intuibile e
condivisibile , libero da ogni condizionamento e da ogni interesse .
indicativo
di un’unica strada da seguire per avere e dare certezza etica e morale :
fai riferimento a te stesso per sapere come regolare i tuoi comportamenti
sociali : conosci te stesso.
L’origine
del pensiero giusnaturalista è antichissima: come l’origine
dell’uomo , perché è il legame ultimo con la nostra origine naturale,
animale, dalla quale ci siamo allontanati proprio nel nostro divenire
UOMINI e alla quale ci rifacciamo come a un eden perduto, ma che sentiamo
come unico luogo autentico del diritto, perché non suscettibile di
interpretazioni, di mediazioni, di condizionamenti per interessi.
D’altro
canto la storia delle civiltà è proprio lo stratificarsi di
elaborazioni successive del diritto positivo in contrasto col diritto
naturale , in funzione di chi di volta in volta si pone come l’artefice
della elaborazione: cioè del gruppo sociale dominante di riferimento.
La
cultura laica,la laicità e il laicismo si inseriscono proprio nella
tradizione epicurea, paleocristiana e giusnaturalista che di volta in
volta contrasta , come un richiamo ancestrale all’universale, con il
diritto costituito dominante che è frutto e servizio di interessi di
parte .
Oggi
come in ogni epoca storica , ed in particolare in un Paese come
l’Italia, culla del diritto romano prima (con cui contrastò il
giusnaturalismo antelitteram della ribellione messianica ed evangelica
nella Palestina coloniale) e del diritto canonico poi ( con cui contrastò
il laicismo anticlericale in italia), si manifesta come inevitabile
reazione, la necessità di un aggiustamento laico del diritto , teso a
ripristinare l’unica universalità non dogmatica possibile ;
l’eguaglianza degli uomini fra loro; il diritto alla dignità per tutti;
la tolleranza.
Oggi
sono proprio, paradossalmente, Epicuro e il Cristo dei vangeli, a
richiamarci alla necessità di promuovere una visione laica, cioè
antidogmatica e positivamente relativista, dei diritti per avvicinarci
all’atarassia dell’uno, e all’amore per il prossimo dell’altro.
Riccardo
Ceriani
PER
UN’ETICA LAICA
In
margine all’incontro tenutosi martedì 23 ultimo scorso presso IL
CAFFE’ LETTERARIO DI BERGAMO mi pare opportuno sottolineare alcuni punti
che hanno interessato il dibattito.
Per
impostare un discorso intorno ad un’etica laica bisogna innanzi tutto
sgomberare il campo da atteggiamenti di vittimismo e di contrapposizione
con le religioni attuali e le loro organizzazioni. Bisogna superare il
senso di inferiorità che sovente caratterizza l’atteggiamento dei laici
e che sfocia in un aspro, ma impotente, ribellismo. Sembra quasi che il
pensiero laico viva di luce riflessa rispetto al potere ed alla grande e
secolare maestria organizzativa delle organizzazioni religiose, come
un’asimmetria speculare, squilibrata dalla disparità delle forze in
campo. Se per ipotesi non esistessero organizzazioni religiose sembra
quasi che anche il pensiero laico non dovrebbe avere alcuna ragione di
esistere. E questo atteggiamento, che sa di vecchio, non aiuta il
confronto né la discussione se ad ogni riunione ci si limita a piangerci
addosso e ad incolpare gli altri di una cattiveria inesistente, perché
ognuno gioca la sua partita in base alle proprie convinzioni.
E’
quindi inutile prendersela con le chiese in quanto tali, poiché anche in
questo campo vale il principio dell’horror vacui: là dove manca una
forte presenza o un forte sentire laico, o non religioso, è chiaro che le
strutture religiose, diffuse ed accettate dalla società, tendono a farla
da padrone, legittimamente.
Inoltre
non si deve cadere nella trappola della contrapposizione ideologica, in
quanto il nostro compito non è quello di combattere contro qualcuno per
affermare un solipsistico desiderio di autocompiacimento. Questo
comportamento non ci porta da nessuna parte.
In
primo luogo perché, almeno per noi, non vi sono certezze assolute, che
vediamo come briglie messe sul collo delle persone, ma solo ragionevoli e
relative certezze scientifiche che ci aiutano a capire il mondo ed i suoi
problemi, al di fuori, per noi, di vacue suggestioni metafisiche. Lo
scontro poi ci impedisce di fare conoscere il nostro pensiero e di
contribuire a smuovere secolari pregiudizi abbondantemente distribuiti nel
corso degli ultimi quattro secoli. Per noi è quindi importante fare
conoscere che, accanto ad una credenza religiosa, vi è anche un modo di
sentire e di operare nel mondo, nella vita, negli affetti, nei problemi
dell’umanità che non si fonda su messaggi rivelati ed ultraterreni, ma
su principi elaborati nel lontano passato, quindi legati alla nobiltà
delle radici del pensiero antico (induismo, buddismo, confucianesimo),
basti pensare ad Epicuro. Senza per questo disprezzare coloro che la
pensano diversamente.
In
secondo luogo vi è la necessità di riflettere su cosa significhi essere
non religiosi, o laici, nel nostro mondo contemporaneo.
Alla
base del pensiero laico non può che esservi il concetto che si ha
dell’uomo. Schematicamente si può riassumere la questione nei seguenti
termini: per il religioso, l’uomo è malvagio per natura, per cui vi è
bisogno di una rivelazione per redimerlo ed indicargli la via per una non
meglio specificata “salvezza”; per il laico invece l’uomo è
intrinsecamente buono, ma traviato solo dalla società, per cui non vi è
bisogno di qualcuno che al di fuori della realtà gli indichi chissà
quali vie di salvezza: è sufficiente che si sforzi di usare la ragione
che la storia, la cultura e l’esperienza hanno contribuito a dotarlo.
E’ questo l’aspetto che va affrontato e, possibilmente chiarito,
almeno per noi: pur sapendo che non è un punto derimente assoluto, che
valga per tutti. Infatti chi vuole credere in un qualche divinità, chi
crede in una mistica, non sarà mai disponibile ad accettare principi e
metodi che gli sono estranei, perché il credere, l’avere una fede è,
per definizione, un punto di arrivo nella visione del mondo dal quale si
irradia a cascata non una ricerca della verità ma una continua conferma
di quanto già accettato aprioristicamente. La sua fede non è un punto di
partenza per una migliore conoscenza del mondo, con una disponibilità ad
accettare le risposte della realtà e quindi a modificare le proprie
convinzioni, ma solo un raggomitolarsi attorno alla “verità”,
trovando conforto nel fatto che il gomitolo sia sempre più grande e non
nella fondatezza delle conclusioni alle quali è pervenuto, perché esse
sono già implicite nel punto di partenza.
Ma
non è qui il caso di approfondire questioni che meriterebbero una
trattazione più ampia ed articolata, ma solo di richiamarle brevemente
per titoli, come in un indice. Vi è il tema dell’onestà, del rispetto
degli altri, dell’aiuto per i più deboli: per vivere un vita
“virtuosa” è necessario che vi sia una rivelazione che indichi la
retta via oppure è sufficiente la ragione?
L’etica
laica ha un suo fondamento nella natura umana, sia pure attraverso
mediazioni e sofferenze, oppure è necessaria una religione od una
credenza extra sensibile per realizzare una vita virtuosa?
La
presenza delle due grandi religioni monoteiste, esclusa quella ebraica che
non coltiva il cannibalismo sociale delle altre due, hanno segnato rotture
drammatiche nella società con persecuzioni, divisioni drammatiche, con
scelte sempre oscurantistiche, salvo poi rivederle in alcuni casi.
La
presenza diffusa di un’etica laica può contribuire a svelenire il clima
di divisione esistente nel mondo e creato dalle religioni? Può questa
presenza non religiosa liberare lo Stato dalla subordinazione rispetto ad
alcune religioni? A noi pare che la risposta sia positiva perché la
necessità di una estesa presenza laica si rende necessaria soprattutto
per fare venire alla luce una alternativa, non necessariamente
antagonista, a queste due religioni che, a diversità di quelle antiche,
sono state autentiche focolai di intolleranze, di violenze e di guerre,
anche se hanno messo contemporaneamente in atto centri di azione
caritative che, pur non avendo mai risolto i problemi delle singole
popolazioni, hanno per lo meno alleviato i dolori dei singoli. Il pericolo
per il nostro paese è che, al di là dei problemi concernenti i rapporto
fra lo stato e la chiesa, l’aumento della presenza islamica porti, come
è naturale, ad una richiesta di un proprio spazio, di diritti almeno
quanto quelli delle organizzazioni cattoliche, con una divisione ulteriore
della società e dello Stato. La presenza laica, nella misura in cui
afferma il principio del “libera chiesa in libero stato”, dovrebbe
contribuire a minimizzare la presenza religiosa nella società, non
l’attività delle religioni nei propri ambiti, evitare scontri di civiltà
ed a trattare paritariamente tutte le fedi religiose. Questa presenza
laica può contribuire all’accettazione di un codice etico comune a
tutti i cittadini di uno stato, nel quadro di una separazione fra ciò che
è laico e ciò che è religioso.
E
la presenza di un’etica laica è più che mai necessaria ai giorni
nostri perché certe religioni stanno invadendo la società civile per
cercare di imporre una morale di stato, di fatto una “religione di
stato” che costringa tutti, religiosi e non, ad accettare al loro
visione del mondo e dei principi etici estranei ad una concezione laica
dei rapporti fra i cittadini e lo stato, o di esportare una religiosità
che, se può essere piena di passione per i credenti, non lo è affatto
per i non religiosi.
Alcuni
stati, nei quali l’etica laica si è affermata come sentire comune,
hanno raggiunto questo obiettivo di separazione giuridica ed economica
delle organizzazioni civili rispetto a quelle religiose. Altri sono in
cammino. E’ possibile in Italia avviare questo percorso? Noi crediamo di
sì attraverso la discussione ed il confronto delle idee. E’ certamente
una strada lunga e non facile, ma può rappresentare un tentativo di dare
all’Italia uno status di nazione aperta alle esigenze della società che
cambia e disponibile ad affrontare soluzioni, che pur venendo da lontano,
stentano ad essere accettate sia per pigrizie culturali che per violente
opposizioni conservatrici.
Luigi
CORDIOLI

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